Bertolt Brecht : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”




Non mi piace

pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..




“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in superficie “






Pino Ciampolillo


2015/07/16

Isola Pulita: CROCETTA SI AUTOSOSPENDE DOPO LE PAROLE DEL SUO DOTTORE: “BORSELLINO VA FATTA FUORI COME IL PADRE”

Crocetta si
autosospende dopo le parole del suo dottore: “Borsellino va fatta fuori come il
padre”



Le frasi choc di Matteo Tutino al telefono con il presidente della Regione
Sicilia. Lui prova a difendersi: non ho sentito, sono sconvolto. La figlia del
magistrato: mi vergogno per loro




«Mi auto-sospendo immediatamente da presidente della Regione», questa la reazione di Rosario Crocetta, sull’onda delle polemiche per le intercettazione della telefonata col suo medico Matteo Tutino che parlando di Lucia Borsellino dice: «Va fermata, va fatta fuori come suo padre». 

Questi i fatti: «Lucia Borsellino va fermata, fatta fuori. Come suo padre». Come Paolo Borsellino, il giudice assassinato il 19 luglio 1992. Sono parole pesantissime, intercettate pochi mesi fa. A pronunciarle non è un boss, ma un medico di successo: Matteo Tutino, primario dell’ospedale palermitano Villa Sofia arrestato nei giorni scorsi e medico personale di Rosario Crocetta. All’altro capo del telefono c’è proprio il governatore della Sicilia, che ascolta e tace. Non si indigna, non replica: nessuna reazione di fronte a quel commento macabro nei confronti dell’assessore alla Salute della sua giunta (dimessasi qualche giorno fa), scelto come simbolo di legalità in un settore da sempre culla di interessi mafiosi. Lo rivela L’Espresso nel numero in edicola domani, anticipato sul sito on line del settimanale. 

«Non ho sentito la frase su Lucia, forse c’era una zona d’ombra, non so spiegarlo. tant’è che io al telefono non replico. Se avessi sentito quella frase, non so... avrei provato a raggiungere Tutino per massacrarlo di botte, forse avrei chiamato subito i magistrati. Non so... sono sconvolto. Provo un orrore profondo», prova a difendersi Crocetta. E replica a chi chiede se ha intenzione di dimettersi: «Dimettermi? Sono accusato di qualcosa? Ho fatto qualcosa? Il destino della Sicilia può essere legato a una frase, che non ho sentito, pronunciata dal mio medico? Non lo so».  

La stessa Lucia Borsellino ha commentato al giornale radio della Rai: «Mi sento intimamente offesa e provo un senso di vergogna per loro». Alla domanda su cosa pensi della giustificazione di Crocetta, Lucia Borsellino ha risposto glaciale: «Non spetta a me fare commenti al riguardo». La Borsellino si era dimessa il giorno dopo l’arresto di Tutino, medico personale di Crocetta. Al suo posto il governatore ha nominato assessore il capogruppo del Pd all’Ars, Baldo Gucciardi. 

Pesanti le parole riferite
da Matteo Tutino al governatore della Sicilia, che non ha replicato in alcun
modo. Pochi giorni fa le dimissioni della figlia del magistrato ucciso da
assessore alla sanità. Il governatore prima si è difeso ("Non ho sentito
quella frase"), ma poi si è autosospeso dalla carica di presidente della
Regione e ha indicato come reggente Baldo Gucciardi

Lucia Borsellino? “Va fatta fuori come suo padre”, e cioè comePaolo Borsellino, il magistrato saltato in aria nell’inferno di via d’Amelio il 19 luglio del 1992. È  il contenuto di un’intercettazione choc tra Matteo Tutino, ex primario di chirurgia plastica dell’ospedale Villa Sofia di Palermo, e il governatore della SiciliaRosario Crocetta. Che in seguito alla diffusione del contenuto della registrazione si è autosospeso dalla carica di presidente della Regione e ha indicato come reggente Baldo Gucciardi.
Secondo  il settimanale L’Espresso, in edicola domani, il presidente siciliano non avrebbe replicato alla minaccia telefonica di Tutino, che è da anni il suo medico personale, indirizzata alla donna scelta dallo stesso Crocetta per guidare l’assessorato alla Sanità. Nessuna reazione davanti a quelle parole da parte del presidente che sostiene da anni di voler combattere la mafia in tutte le sue forme.
Sembrano invece adesso acquisire un senso le dimissioni di Borsellino da assessore alla sanità appena pochi giorni fa. “Prevalenti ragioni di ordine etico e morale e quindi personale, sempre più inconciliabili con la prosecuzione del mio mandato, mi spingono a questa decisione”, aveva detto la figlia di Paolo Borsellino facendo un passo indietro, subito dopo l’arresto di Tutino, il 29 giugno scorso, con l’accusa di falso, abuso d’ufficio, truffa e peculato. Ed è indagando sul medico che la procura di Palermo registra quelle parole.
Il governatore però sostiene di non avere incredibilmente sentito la frase vergognosa pronunciata dal suo medico al telefono: “Non ho sentito la frase su Lucia, forse c’era zona d’ombra, non so spiegarlo; tant’è che io al telefono non replico. Ora mi sento male. Voglio essere sentito dai magistrati su questa storia della frase di Tutino. Quello che mi sta accadendo oggi e la cosa più terribile della mia vita. Dimettermi? Sono accusato di qualcosa? Ho fatto qualcosa? Il destino della Sicilia può essere legato a una frase, che non ho sentito, pronunciata dal mio medico? Non lo so”.
“Non posso che sentirmi intimamente offesa e provare un senso divergogna per loro“, è il commento di Lucia Borsellino. “Non rinnego nulla – ha continuato – ho fatto quello che potevo in un contesto, evidentemente, poco edificante”.
“Quelle intercettazioni sono semplicemente gravissime, incredibili e vergognose”, ha detto invece Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso dalla mafia e zio di Lucia. “Lui non dice che bisogna farla fuori dall’assessorato ma che bisogna farla fuori come suo padre – e siccome mi risulta che suo padre è stato ucciso in maniera particolare, è gravissimo. E non perché l’abbia detto Tutino ma perché il presidente Crocetta non l’ha mai reso noto, né ha estromesso Tutino dal suo entourage. Io chiederò conto a Crocetta di questo. Dice che non ha sentito quella frase? Vuol dire che è stato colpito da una sordità improvvisa e temporanea“.

Sicilia: Regione, Comuni e Province in default. E se
la Germania si prendesse l’Isola?


Giulio Ambrosetti


15 Jul 2015

Oltre al default della Regione, ci potrebbe essere il default di tantissimi Comuni dell’Isola (e delle Province). In pratica, il blocco della democrazia. La strana approvazione, da parte del Parlamento siciliano, di una legge (applicazione del Decreto legislativo nazionale n. 118 del 2011) che prevede l’obbligo, per i Comuni, di fare chiarezza su società collegate ed entrate. I casi di Palermo, Catania e Messina
Si racconta, tra il serio e il faceto, che in un recente incontro, in Germania, i tedeschi erano un po’ risentiti. Avevano dato disposizioni precise anche sulla pavimentazione della piazza che sta di fronte il Palazzo Reale di Palermo: via il parcheggio dalla piazza e nuova pavimentazione. Invece è stato eliminato solo il parcheggio per le automobili. Per la nuova pavimentazione bisognerà aspettare ancora un po’.
Ovviamente è una leggenda metropolitana. Ma di cose strane, in questi tempi di Troika, se ne raccontano tante. Palazzo Reale di Palermo è la sede del Parlamento siciliano. E la piazza, neanche a dirlo, è piazza del Parlamento, nella quale, da qualche mese, non si parcheggia più.
La leggenda metropolitana racconta che a dare “disposizioni” sarebbero stati i tedeschi che un giorno non lontano potrebbero arrivare in Sicilia, non si capisce se da turisti o da nuovi padroni. I teutonici avrebbero già scelto dove sistemare la sede di ‘rappresentanza’ della Germania in Sicilia: il Palazzo Reale di Palermo. E il motivo c’è: per almeno sei mesi l’anno vi dimorava Federico II di Svevia, Re di Sicilia e di Gerusalemme, Re dei Romani. E, soprattutto, nipote di Federico Barbarossa. Leggenda metropolitana a parte, i tedeschi conoscono bene il Palazzo Reale di Palermo. Conoscono la Cappella Palatina, le torri. E anche i sotterranei, in verità poco gettonati, che invece a loro sarebbero piaciuti molto.
Con molta probabilità, i lettori, in questo momento, ci staranno prendendo per matti. Leggendo queste
Cappella Palatina

Particolare della Cappella Palatina
prime righe si saranno detti: “Il Palazzo Reale di Palermo ai tedeschi: ma che è ‘sta storia? Cos’è, uno scherzo?”. Solo leggenda metropolitana. Almeno fino ad ora. Anche se  i monumenti che alcuni Paesi hanno chiesto alla Grecia come garanzia sul nuovo prestito non sono una leggenda metropolitana, ma realtà. Così come non è certo leggenda metropolitana il fatto che, con l’avvento dell’Europa delle banche e della grande finanza, parti di alcuni Paesi del Sud Europa potrebbero finire ai tedeschi, ma anche ad altri Paesi del Nord Europa. In fondo è tutta una questione di soldi. L’Europa massonica senza radici cristiane (ricordate? la Costituzione europea che stava per essere approvata…), l’Europa della banche e della finanza ragiona solo con il vil denaro. Altri valori non ce ne sono, a parte, ovviamente, il compasso, la squadra e i grembiuli che, al di là delle chiacchiere, sempre dai soldi nascono e con i soldi proseguono, con buona pace dell’Hiram, specchietto per le allodole (e per gli allocchi)…
Insomma, in vendita non c’è solo la Grecia, ma potrebbe esserci anche la Sicilia. Magari dopo la dichiarazione di fallimento. Non è forse vero che la Regione siciliana è ormai in default non dichiarato? E non è forse vero che, con l’ultima legge approvata dal Parlamento siciliano lo scorso 9 Luglio si sono gettate le basi per far fallire un grande numero di Comuni siciliani? E non è forse vero che, una volta falliti i Comuni, anche le nove Province dell’Isola faranno la stessa fine? Di fatto, si sta profilando uno scenario inedito: una Regione in default, i Comuni e le Province della stessa Regione in default. Tutto voluto da Roma, da un governo nazionale - il governo Renzi - espressione piena della volontà tedesca. Tutto pronto per i saldi di fine stagione…
Ma prima di addentrarci nei ‘numeri’ di Regione, Comuni e Province torniamo a Palazzo Reale. Strano per quanto possa sembrare, piaccia o no, certi restauri, nel Palazzo Reale di Palermo, sono stati fatti in accordo ai desideri dei tedeschi (e in parte anche con i soldi tedeschi). Piaccia o no, ma nella piazza del Parlamento, come già accennato, non si parcheggia più. E piaccia o no, è di qualche giorno fa l’annuncio del presidente del Parlamento siciliano, Giovanni Ardizzone, di una nuova pavimentazione della stessa piazza del Parlamento. Eliminando l’asfalto. Proprio come sarebbe stato auspicato, già da tempo, dalla leggenda metropolitana che vede i tedeschi come protagonisti di vicende siciliane...
Il Palazzo Reale agli eredi di Federico Barbarossa - oggi frutto di una leggenda metropolitana - si incrocia con fatti che leggende metropolitane non lo sono affatto. Parliamo di vicende che prendono l’avvio ad Agrigento e ad Enna nella seconda metà degli anni ’80, quando era già programmata la caduta del Muro di Berlino, Tangentopoli e la trappola della moneta unica europea. L’interesse dei tedeschi per la Sicilia risale a quegli anni. E’ allora che i teutonici decidono che la Kainite custodita nel sottosuolo siciliano (nelle miniere dell’Agrigentino e dell’Ennese: per esempio, a Pasquasia) non dovrà essere sfruttata per non creare problemi alle industrie tedesche che operano nel mercato dei fertilizzanti. E così sarà.
miniera
Piaccia o no, ma è da allora che la Sicilia chiude il capitolo della Kainite, un minerale ricco di cloruro di potassio e solfato di magnesio. Da allora non ha chiuso i battenti solo la miniera di Pasquasia, in provincia di Enna: da allora, in Sicilia non si parla più dei solfati. La ‘verticalizzazione’ della produzione (estrazione dei minerali nell’Ennese e nell’Agrigentino e lavorazione nell’area industriale di Siracusa), ipotizzata alla fine degli anni ‘80 dall’ex assessore regionale all’Industria, Luigi Granata, finisce nel ‘dimenticatoio’. A fine anni ’80 chiude la miniera di Pasquasia. E si bloccano anche i progetti per la valorizzazione dei minerali del sottosuolo agrigentino. Aperte resteranno soltanto due miniere di salgemma: la miniera di Realmonte, in provincia di Agrigento, e la miniera arroccata sulle Madonie. Entrambe gestite dall’Italkali, società sulla quale, da sempre, i tedeschi (e non solo loro) hanno gettato gli occhi.
Di solfati non si parlerà più. E infatti ancora oggi la Kainite rimane nel sottosuolo dell’Isola. Attenzione: non ci stiamo inventando nulla. Agli atti, per chi non crede a quello che scriviamo, c’è un discorso tenuto a Sala d’Ercole - l’aula di Palazzo Reale dove si riunisce il Parlamento siciliano - da Guido Virzì, all’epoca deputato di Alleanza nazionale. Virzì fa nomi e cognomi delle società e dei personaggi tedeschi che allora bloccavano (e che ancora oggi bloccano) l’estrazione della Kainite dal sottosuolo siciliano. Se l’intervento di Virzì - che comunque è esaustivo - non dovesse bastare, ci sono, sempre agli atti, i tentativi di alcuni sindacalisti agrigentini che, più volte, hanno provato, senza successo, a rilanciare la questione dei solfati nella provincia di Agrigento.
Un’altra storia strana va in scena a Torre Salsa, una Riserva naturale costiera, sempre in provincia di Agrigento, che si distende lungo il litorale che corre tra Siciliana marina ed Eraclea Minoa. Torre Salsa - gestita dal WWF - è una Riserva naturale particolare. Che insiste, per il 90 per cento della superficie (quasi 800 ettari), su fondi privati. Coltivati a vigneti e ulivi. Una Riserva che piace molto ai tedeschi.
Ebbene, da qualche anno sembra che gli agricoltori che operano dentro la Riserva naturale di Torre Salsa siano oggetto di interessi strani e insistenti. Sembra che incontrino difficoltà nell’esercitare l’attività agricola. E sembra che non manchino i personaggi disposti ad acquistare i loro terreni. E sono in tanti, oggi, a chiedersi: ma chi ha interesse ad acquistare i terreni che insistono in una Riserva naturale? Per fare che cosa, poi?   
Torre Salsa, ovviamente, è una digressione. O quasi. Il tema resta la Sicilia. E la sua disastrosa situazione finanziaria provocata da Roma. E’, forse, sotto questa luce che va vista l’azione portata avanti nell’ultimo anno dal governo nazionale di Matteo Renzi nell’Isola? Una domanda che chiama altre domande: ci sono dubbi sul fatto che Renzi sia schierato con la Germania della signora Angela Merkel? e ci sono dubbi sul fatto che Roma stia facendo il possibile - e forse anche l’impossibile - per far fallire la Regione siciliana? Certo, i giornali nazionali non scrivono che lo Stato, nell’ultimo anno, ha scippato alla Regione quasi 10 miliardi di euro. E nemmeno i Tg trattano tale argomento. Anzi, le informazioni sulla Regione siciliana che passano, a livello nazionale - complici anche forze politiche come la Lega - sono altre (come potete leggere qui). Ma i numeri sono numeri e la realtà non si può alterare.
Gli esponenti di Sicilia Nazione, in una conferenza stampa andata in scena due giorni fa, hanno detto che il governo nazionale vuole fare fallire la Sicilia entro il 2017, scaricando la responsabilità sull’Autonomia speciale della Sicilia. In realtà, la Regione siciliana non potrà mai arrivare al 2017. Al Bilancio 2015, infatti, sono venuti meno da 600 a 700 milioni di euro di fondi ex Fas. Soldi che lo Stato, sulla carta, stanzia per le regioni meridionali, ma che ogni anno vengono sistematicamente dirottati, tutti o in buona parte, alle Regioni del Centro Nord, come sta avvenendo, proprio quest’anno, con 5 miliardi di euro di fondi Pac: risorse finanziarie del Mezzogiorno finite, nel 90 per cento dei casi, a titolo di sgravi fiscali, alle imprese del Centro Nord del Paese.
Non solo. C’è anche da coprire il ‘buco’ di un miliardo e mezzo di euro 2014. Insomma, la Regione siciliana
Palazzo Reale

Palazzo Reale
potrà al massimo arrivare al dicembre di quest’anno, in un probabile quadro di disordini sociali. Perché i 300 milioni di euro che il governo Renzi sta restituendo alla Sicilia (meno di un trentesimo dei soldi che ha scippato all’Isola) serviranno, a malapena, a pagare le retribuzioni a una parte dei soggetti rimasti scoperti. Non è un caso che il plenipotenziario di Renzi in Sicilia, l’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, stando almeno a indiscrezioni, vorrebbe togliere il disturbo per tonare nella sua bella e massonica Toscana. Se non altro perché in una Sicilia ridotta senza soldi dal governo Renzi il clima si sta facendo pesante…
Anche il PD siciliano, in verità, avrebbe voluto chiudere l’esperienza di Rosario Crocetta alla presidenza della Regione. Le dimissioni dell’assessore alla Salute o Sanità che dir si voglia, Lucia Borsellino, erano cadute a fagiolo. Considerato il tono ‘morale’ dell’addio della Borsellino al governo, i vertici del Partito Democratico dell’Isola, coscienti di aver portato allo sbaraglio la Sicilia, avrebbero voluto dissociarsi da Crocetta, scaricare su di lui la responsabilità dello sfascio della Regione per provare, magari, a far dimenticare a 5 milioni di siciliani che loro governano la Sicilia dal 2008.
Si racconta che sull’accelerazione della crisi in Sicilia, per rimandare Crocetta a Gela, era d’accordo anche Renzi. Ma, a un certo punto, è arrivato l’alt. Da parte di chi? Non si capisce. Si sa solo che, a un certo punto, da Roma è arrivato l’ordine di mettere una pezza e andare avanti con il governo Crocetta. Da qui la designazione del capogruppo del PD al Parlamento siciliano, Baldo Gucciardi, all’assessorato alla Salute al posto della Borsellino. E di Antonello Cracolici a capogruppo.
Insomma, si andrà avanti fino a dicembre. O forse fino ai primi mesi del prossimo anno. Ma è chiaro che con un ‘buco’ finanziario di 2 miliardi di euro non si potrà fare il Bilancio regionale 2016. Anche perché Renzi ha pronto il solito accantonamento da un miliardo di euro da prelevare dalle entrate regionali. In queste condizioni - con 3 miliardi di euro che mancano all’appello - la fine anticipata della legislatura del Parlamento siciliano è assicurata. Ma prima di far fallire la Sicilia - e questo potrebbe spiegare il rinvio di sei o sette mesi della dichiarazione ufficiale di default della Regione siciliana - bisogna fare fallire i Comuni siciliani. Se non tutti, almeno la maggioranza. A partire dai più importanti. Fantapolitica? Non esattamente.
Nella primavera scorsa, in occasione dell’approvazione della legge di stabilità regionale (leggere Bilancio e Finanziaria regionale 2015), era stato stabilito che nei Comuni siciliani il Decreto legislativo n. 118 del 2011 e il Decreto del Ministero dell’Economia del 2 aprile di quest’anno (agevolazioni incluse) sarebbero stati applicati a partire dal 2016. Il passaggio è centrale. Stiamo parlando dell'armonizzazione dei sistemi contabili degli enti locali e rispettivi enti e organismi strumentali. Semplificando al massimo, possiamo dire che, fino ad oggi, l’attuale normativa in vigore ha consentito ai Comuni siciliani di nascondere una parte consistente dei propri bilanci. Un esempio può essere rappresentato dai bilanci delle società collegate del Comune di Palermo. Ebbene, come hanno certificato (e scritto!) i revisori dei conti a commento del bilancio consuntivo 2014, il Comune di Palermo nasconde i numeri reali - cioiè i 'buchi' finanziari - delle proprie società collegate (come potete leggere qui).
Con l’applicazione del Decreto legislativo n. 118 tutti i Comuni siciliani dovranno rendere noti i veri ‘numeri’ delle proprie società collegate. E inserirli nel bilancio 2015. E questo già di per sé potrebbe avere effetti devastanti su un gran numero di Comuni dell’Isola. Ma c’è di più. Sempre semplificando al massimo, tutti i Comuni, entro la fine di questo mese dovranno accertare i residui attivi e passivi e fare ‘pulizia’. Il problema - serio - si porrà per i residui attivi, cioè per somme che i Comuni hanno messo fra le entrate pur sapendo che si tratta di entrate fantasiose o fittizie.
Con l’applicazione del Decreto 118, ogni Comune dovrà individuare queste entrate fantasiose o fittizie ed eliminarle dal proprio bilancio. Ovviamente non potrà farlo tutto in un colpo. Nel senso che non potrà anticipare con soldi 'freschi' i residui attivi che toglierà dal bilancio. La legge consente il ricorso a un piano di ammortamento trentennale. Ma, nonostante l’ammortamento, la ‘botta’ sarà terribile, perché, a partire dal 2016, verranno a mancare entrate che, bene o male, facevano gioco e consentivano l’approvazione di bilanci in parte fittizi, ma a norma di legge. Adesso, per molti Comuni siciliani si potrebbe profilare uno scenario greco: tagli tutti e subito: perché in assenza di entrate, piaccia o no, bisognerà ridurre drasticamente le spese.
Non osiamo immaginare cosa potrebbe succedere, per esempio, a Palermo, a Catania e a Messina. Fino ad oggi i tre sindaci di queste città - Leoluca Orlando, Enzo Bianco e Renato Accorinti - sono stati bravi, anzi bravissimi a tenere in piedi i rispettivi Comuni. Ma con l’applicazione del Decreto 118 lo scenario potrebbe diventare ingestibile.
Il ciclone 118, con molta probabilità, travolgerà anche le nove Province siciliane. Fino a dieci giorni fa il Parlamento siciliano avrebbe dovuto completare la riforma di questi enti intermedi. Dando vita ai nove Consorzi di Comuni e alle aree-città metropolitane di Palermo, Catania e Messina. Ma siccome i Consorzi di Comuni e le aree-città metropolitane dovrebbero prendere sostanza dai Comuni, fallendo questi ultimi… Insomma il cataclisma finanziario che potrebbe abbattersi sui Comuni dell’Isola renderebbe inutile il completamento della riforma delle nove Province siciliane, perché il fallimento sarebbe generale.      
Resta da capire perché il Parlamento siciliano, che ad aprile aveva deciso (e votato) di rinviare al prossimo anno l’applicazione del 118 (con il tacito impegno che nel 2016 l’applicazione di tale Decreto sarebbe stata rinviata nel 2017 e poi nel 2018…) abbia deciso, improvvisamente, di applicarlo a tamburo battente entro la fine di questo mese, contraddicendo una decisione assunta tre mesi fa che era stata concordata con l'ANCI Sicilia. Che è successo? Sembra che l’ordine di applicare il 118 sia partito da Roma. Perché?
Qui torniamo allo scenario inedito: default della Regione siciliana, probabile default di tanti Comuni, default delle nove Province dell’Isola. In pratica, l’azzeramento della democrazia senza colpo ferire. Perché il commissariamento di Regione, Comuni e Province sarebbe nelle cose. Se ciò dovesse avvenire sarà interessante capire - sotto il profilo della tecnica e della sociologia dell’informazione - come faranno Renzi e il ‘suo’ PD a scaricare sulla Sicilia (o sull’Autonomia siciliana, come direbbe il movimento degli indipendentisti siciliani, Sicilia Nazione) responsabilità che sono del governo nazionale. Perché è il governo nazionale che sta facendo fallire la Regione. Ed è sempre il governo nazionale che, direttamente e indirettamente, sta mandando in default i Comuni e le Province della Sicilia.
Certo, i Comuni dell’Isola si sono incasinati finanziariamente con la gestione dei rifiuti. Ma non è certo il miliardo e 800 milioni di euro di debiti dei Comuni verso i titolari delle discariche (che sono gestite da privati e, in minima parte, anche pubbliche) che potrebbe determinare il default dei Comuni. Che invece potrebbe essere determinato dalla drastica riduzione dei trasferimenti di Stato e Regione (e nel caso della Sicilia, dalla mancata applicazione della legge nazionale sul federalismo fiscale: perequazione fiscale e infrastrutturale che Roma non ha ancora riconosciuto ai Comuni dell’Isola) e, adesso, dall'applicazione del Decreto legislativo 118.
A conti fatti, senza tutto il clamore che sta suscitando la Grecia, la Sicilia potrebbe cambiare ‘dominazione’. Scherzandoci su non è un mistero che siano in tanti i siciliani ad essere convinti che la peggiore ‘dominazione’, per l’Isola, sia stata proprio l’ultima: quella italiana. Del resto - sempre ‘scherzando’ - diventare un Lander tedesco potrebbe essere una soluzione. Anche se i teutonici potrebbero avere qualche problema a ‘digerire’ Lsu, ex Pip di Palermo, trattoristi dell’Esa e precari vari…
Si racconta che, oltre a Palermo, i tedeschi avrebbero dato uno sguardo anche a Catania. Dicono che sarebbero rimasti un po’ impressionati dal fatto che nella città Etnea mangiano la carne di cavallo. Mentre non avrebbero trovato strana la ricotta salata o il pecorino sugli spaghetti al nero di seppia. Sarebbero rimasti colpiti anche dal grande potere di Mario Ciancio (che casualmente, di questi tempi, non attraversa uno dei suoi migliori periodi, come potete leggere qui). Detto questo, il Castello Ursino li avrebbe lasciati senza fiato!
Di Messina i tedeschi non avrebbero capito il perché di tanti massoni e di tante logge massoniche. “Troppi incappucciati”, avrebbero sussurrato. Il pesce stocco alla messinese gli sarebbe andato di traverso. Mentre le olive verdi ripiene con la mollica di pane bagnata li avrebbe conquistati…   

Rifiuti in Sicilia/Angelini: “Un comitato d’affari si è spartito incarichi e consulenze”

Giulio Ambrosetti




14 Jul 2015



La denuncia è del docente universitario Aurelio Angelini: 200 milioni di euro per le bonifiche spariti senza bonificare nulla. Oltre un miliardo di euro gestito con affidamenti diretti, senza bandi pubblici. Per avere, alla fine, i rifiuti non raccolti per le strade. Discariche quasi tutte fuori legge. Raccolta differenziata a bassi livelli. I grillini attaccano l'Unione Europea che non 'vede' gli imbrogli siciliani 


Nei mesi scorsi, in occasione della formazione del terzo governo regionale di Rosario Crocetta, un magistrato presso la Procura della Repubblica di Palermo, Vania Contraffatto, è stata chiamata, in qualità di assessore, ad occuparsi di rifiuti. Sin dalle prime battute l’assessore annunciava una svolta nella gestione di un settore che in Sicilia, nell’anno di grazia 2015, è ancora imperniato sulle discariche, in buona parte private.
Ebbene, c’è stata questa svolta? A giudicare da quello che scrive Aurelio Angelini sulla sua pagina facebook (come potete leggere qui), non solo la svolta annunciata dall’assessore Contraffatto non c’è stata, ma la situazione è peggiorata. Per il governo della Regione retto da Crocetta e per l’assessore Contraffatto la ‘botta’ è forte. Perché Aurelio Angelini nella vita fa il docente universitario di Sociologia dell’ambiente e del territorio: in pratica, è uno dei massimi esperti in Sicilia in materia di raccolta e gestione dei rifiuti. Vediamo cosa scrive il professore Angelini.
La partenza non annuncia nulla di buono: “Rifiuti: siamo caduti nel baratro, ovvero le principali dieci criticità e inghippi che rendono la gestione inestricabile, per via di una matassa arruffata che sapientemente hanno messo in piedi decisori politici e dirigenti: incapaci e corrotti”.  
Prima criticità. “La Sicilia - scrive il docente universitario - è l'unica regione che non dispone di un Piano
Aurelio Angelini

Aurelio Angelini
‘ordinario’ dei rifiuti”, piano previsto dall’articolo 199 del decreto Legislativo n. 192 del 2006 e dall’articolo 9 della legge regionale n. 9 del 2010”. A questo punto Aurelio Angelino dà la prima notizia: il Piano ordinario dei rifiuti è lo “strumento principe per la programmazione e la gestione del ciclo della valorizzazione industriale dei rifiuti e, per tale inadempienza, non potremo utilizzare i fondi europei perché non disponiamo di questo strumento”. Insomma, sta per partire la Programmazione dei fondi europei 2014-2020. Ma la Sicilia, almeno per ciò che riguarda i rifiuti, non potrà utilizzare queste risorse finanziarie.   
Seconda criticità. “E’ pubblicato sul sito web del dipartimento Regionale dei Rifiuti - scrive il docente universitario - un Piano di gestione di rifiuti urbani di rango amministrativo emergenziale e relativo ai soli urbani senza Piano delle bonifiche, Piano dei rifiuti speciali e speciali pericolosi. Questo Piano emergenziale non è stato mai emanato dal Commissario delegato e non è mai stato pubblicato in GURS (Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana), procedure queste indispensabili per poter sostituire nell’emanazione del Piano, un organo costituzionale come la Regione e rendere pubblica, e quindi, anche impugnabile, la vigenza di questo strumento”. In pratica, siamo davanti a una violazione di legge. Con metodi proditori si impedisce ai cittadini di impugnare questo Piano davanti a un giudice.  
Terza criticità. “Circa duecento Piani di Raccolta Comunali - osserva ancora il professore Angelini - sono stati presentati e approvati dal dipartimento dei Rifiuti (il riferimento è al dipartimento regionale dei Rifiuti ndr) senza avere i requisiti stabiliti dalla legge regionale n. 3 del 2013. La stragrande maggioranza delle 18 SRR, non hanno emanato il Piano di gestione d’ambito, al quale dovevano attenersi gli ARO, per la redazione dei Piani di raccolta per una gestione unitaria e integrata (l’ARO è un’istituzione giuridica non prevista dalla legge e introdotta surrettiziamente amministrativamente)”.
Vania Contraffatto

Vania Contraffatto
Questo passaggio merita un approfondimento. In Sicilia sono stati istituiti gli ATO rifiuti, Ambiti territoriali Ottimali, società per azioni costituite tra Comuni che sono state gestite dai sindaci. Queste società, tra assunzioni a ruota libera (circa 13 mila addetti assunti) e gestioni clientelari varie hanno accumulato, in meno di un decennio, debiti pari a circa 1,8 miliardi di euro (stima che forse è in difetto). Debiti che, in buona parte, sono a carico dei gestori privati dalle discariche, visto che in Sicilia, complice anche la mafia dei colletti bianchi, come già ricordato, il sistema rifiuti è ancora oggi incentrato sulle discariche.
A un certo punto gli ATO rifiuti sono stati posti in liquidazione. Ma i problemi non sono finiti, se è vero che i debiti sono passati da 1,4 miliardi di qualche anno fa ai già citati 1,8 miliardi di euro odierni. A questo punto è intervenuta la riforma, con l’istituzione delle SRR, sigla che sta per Società di Regolamentazione dei Rifiuti. Su questo fronte il professore Angelini ci dà un’altra notizia: le SRR “non hanno emanato il Piano di gestione d’ambito”. A questo Piano di gestione d’ambito che non c’è avrebbero dovuto attenersi gli ARO, sigla che sta per Ambiti di Raccolta Ottimale. Gli ARO avrebbero dovuto redigere i Piani di raccolta per una gestione unitaria e integrata. Peccato che gli ARO, come fa notare il docente universitario, sono istituzioni giuridiche “non previste dalla legge”, introdotte in modo surrettizio con atti amministrativi (forse ci sarebbe voluta una legge?).  
“Difatti - prosegue sempre il docente universitario - la legge regionale n. 3 del 2013 dispone che i Comuni possono provvedere ai soli Piani di raccolta che devono essere coerenti con il Piano d’ambito della SSR e redatti in base agli obiettivi di legge della raccolta differenziata; ed inoltre stabilisce che, per essere approvati dalla Regione, i Piani di Raccolta, devono essere ‘allineati’ al Piano d’ambito delle SRR e che tali Piani, non devono comportare nuovi oneri”. “Ebbene - scrive sempre il professore Angelini - nessun piano economico è stato presentato correttamente, in quanto non vengono indicati tutti i costi reali che i Comuni dovranno sostenere per la gestione dei rifiuti: a) oneri per il Piano di raccolta; b) oneri pro-quota dei Comuni per la partecipazione obbligatoria alle SRR; c) oneri pro-quota del debito delle Società d’ambito in liquidazione di cui i Comuni sono soci (il riferimento è agli ATO rifiuti). Queste tre voci concorrono a stabilire il costo complessivo su cui il Comune dovrà stabilire la TARSU/TIA/TARI, a cui va aggiunto il successivo quanto previsto dal DL 78/2015, vedi punto 10”.
I Comuni, insomma, non hanno fatto chiarezza. E la Regione siciliana è ancora meno chiara dei Comuni. Peccato che questa mancanza di chiarezza riguardi il calcolo della TARI, la Tassa sull’immondizia che, in Sicilia, in media, è tra le più alte d’Italia! Poi il professore Angelini ci dice che, da vent’anni, la realizzazione degli impianti pubblici per la gestione dei rifiuti sono bloccati: e infatti in Sicilia, come già ricordato, si va avanti con le discariche private e con una risibile percentuale di raccolta differenziata (chissà perché: magari c’è di mezzo la mafia? ma va!).
Quarta criticità. “Il sistema pubblico è bloccato - da due decenni - per la realizzazione degli impianti pubblici necessari alla gestione dei rifiuti e le richieste di autorizzazione dei privati, il sistema autorizzatorio non risponde, con le sole eccezioni raccontate dalla cronaca giudiziaria”.
Per ciò che riguarda le autorizzazioni per avviare gli impianti, insomma, Angelini accenna alla “cronaca giudiziaria”: chiarissimo il riferimento a un’inchiesta che coinvolge i titolari di discariche private e dipendenti pubblici che intascavano tangenti in cambio di autorizzazioni.
Quinta criticità. “Il 90% circa dei rifiuti finisce in discarica", per la precisione, in discariche "per lo più non conformi alla legge", che "vengono autorizzate attraverso discutibili ordinanze emergenziali, ad abbancare' fuori 'colmatura' e nonostante ciò, per la mancata programmazione e realizzazione dell'impiantistica, tra pochi mesi il caos riguarderà tutta la Sicilia”. In pratica, spiega il docente universitario, il 90 per cento dei rifiuti della Sicilia finisce nelle discariche. Le discariche sono quasi tutte fuori legge e vengo autorizzate nel nome dell’emergenza: emergenza che consente, spesso, di aggirare le leggi. I rifiuti vengono “abbancati”, cioè sotterrati, “fuori colmatura”: in pratica, si sotterrano più rifiuti di quanto una discarica ne potrebbe contenere. Uno scenario che, tra qualche mese, a detta del docente, getterà la Sicilia nel caos.  
Sesta criticità. “Almeno 200 milioni di euro - sottolinea il docente universitario - sono stati spesi per le bonifiche delle discariche abbandonate che incombono sui corpi idrici dell’Isola (circa 1000 discariche) e nessuna di queste è stata mai bonificata, ma nel contempo un comitato d’affari si è spartito incarichi e consulenze”. Con eleganza, il professore Angelini ci dice - e lo dice anche a un magistrato, la dottoressa Vania Contraffatto, oggi, come già ricordato, assessore regionale del governo Crocetta con delega alla gestione dei rifiuti - che si sono ‘fottuti’ 200 milioni di euro: i soldi, infatti, sono spariti, ma le discariche non sono state bonificate. Queste discariche non bonificate rischiano di inquinare alcune falde idriche della Sicilia. Il tutto mentre “un comitato d’affari si è spartito incarichi e consulenze”.  
Settima criticità. “Più di un miliardo di euro - scrive sempre il docente universitario - è stato sprecato dai regimi commissariali: rifiuti, acque e dissesto idrogeologico. I vari responsabili hanno fatto sfolgoranti carriere e acquisito pensioni d’oro, ma i risultati sono: il dissesto del territorio che si è accentuato; i rifiuti che ci sommergono e siamo pure in procedura d’infrazione per la mancata depurazione delle acque”. In Sicilia si abbonda con i commissariamenti nel nome dell’emergenza. E quando ci sono le emergenze le leggi vengono travolte e gli appalti vengono affidati senza ricorso ad evidenza pubblica. E’ quello che, da anni, denuncia l’ex sindaco di Racalmuto, Salvatore Petrotto, sia per la gestione dei rifiuti, sia per la gestione dell’acqua. In pratica, appalti per centinaia di milioni di euro affidati senza gara pubblica. Risultato, come osserva il professore Angelini: rifiuti non raccolti nelle strade della Sicilia, soldi spariti e dirigenti pubblici arricchiti.   
Ottava criticità. Qui il professore Angelini spiega come, tra qualche anno, gli ignari cittadini siciliani verranno chiamati a pagare con un aumento delle tasse le ruberie andate in scena in questo settore: “La situazione debitoria delle Società d’ambito (cioè dei già citato ATO rifiuti ndr), in cui operano dodicimila dipendenti - il doppio di quelli necessari - a Giugno 2015 ha raggiunto 1,3 miliardi di euro (in realtà, come già ricordato, la stima del professore Angelini potrebbe essere in difetto: tanto che si parla di un indebitamento pari a 1,8 miliardi di euro ndr). I Comuni dovranno assumere attraverso gli ARO il doppio del personale necessario, ripianare la situazione debitoria pro-quota, oltre a contribuire ai servizi delle SRR e ai costi dei Piani di raccolta (nella migliore delle ipotesi i costi per i cittadini contribuenti verranno raddoppiati)”. Insomma: i siciliani non solo pagano l’IMU e l’IRPEF e lIRAP più ‘salate’ d’Italia, ma tra qualche anno, grazie alla ‘Malasignoria’ che imperversa nel mondo dei rifiuti siciliani, pagheranno una TARI (che è già tra le più alte d’Italia) raddoppiata!
Nona criticità. “Il 50% delle cartelle esattoriali per i rifiuti - scrive il professore Angelini - non vengono pagate (evasione al 52%); chi paga si fa carico due volte, in quanto gli evasori gravano sul bilancio del Comune e sulla fiscalità generale”.
Decima criticità. “A partire da quest’anno - scrive sempre il docente universitario - tra le componenti di costo della tassa sui rifiuti vanno considerati anche i mancati ricavi della stessa tassa sui rifiuti, relativi a crediti risultati inesigibili con riferimento ai precedenti ‘regimi’. Lo stabilisce il Decreto legislativo n. 78 del 2015, in vigore dal 20 giugno 2015”. In pratica, siamo davanti a un altro ‘regalo’ del governo Renzi: i crediti risultati inesigibili verranno caricati sul ‘groppone’ dei cittadini siciliani che possono pagare, in stile Troika...
Sui disastri in materia di gestione dei rifiuti in Sicilia - e sulle responsabilità della Commissione Europea -
Claudia Mannino

Claudia Mannino
intervengono l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao, e la parlamentare nazionale, sempre del Movimento 5 Stelle, Claudia Mannino. "La Commissione Europea in risposta ad una nostra interrogazione - scrivono i due parlamentari - finalmente cala il velo di ipocrisia che fino ad oggi ha tenuto nei confronti della situazione delle discariche in Italia, ed in particolare in Sicilia, adeguandosi all'interpretazione univoca della normativa europea fornita dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea lo scorso ottobre con la sentenza sulla discarica di Malagrotta in Lazio”.
Insomma, dicono i due parlamentari, per non disturbare i ‘manovratori’ a Bruxelles, fino ad oggi, hanno fatto finta di non vedere quello che succede in Italia e, soprattutto, in Sicilia. “Ad oggi, nonostante le nostre plurime denunce - sottolineano i deputati - non comprendevamo per quale motivo la Commissione Europea facesse finta di non vedere che la situazione condannata dalla Corte è la stessa in moltissime altre realtà sparse per l'Italia.  E di certo la Commissione, garante dell'attuazione della normativa europea, non può permettersi un comportamento differente per situazioni analoghe. Abbiamo chiesto alla Commissione Europea con una interrogazione urgente di avviare immediatamente una procedura nei confronti dell'Italia per costringere la Sicilia ad interventi tempestivi con un cronoprogramma definito e pubblico. Lo stesso governo regionale ha ammesso che solo il 40% dei rifiuti siciliani ha un trattamento secondo legge, il resto finisce in discarica con enormi danni ambientali e connessi costi per la collettività. Anche alla luce di ciò - concludono i portavoce M5S - la Commissione dovrà inoltre spiegare perché nonostante la nostra denuncia del febbraio 2015, finora non è intervenuta".

RIFIUTI IN SICILIA/ ANGELINI: “UN COMITATO D’AFFARI SI È SPARTITO INCARICHI E CONSULENZE”

RIFIUTI IN SICILIA/ ANGELINI: “UN COMITATO D’AFFARI SI È SPARTITO INCARICHI E CONSULENZE”,CROCETTA ,MARINO,CATANZARO,LUMIA,FARAONE,CONTRAFFATO

Il pianto di Crocetta: "Non ho sentito quella frase, sofferenza ingestibile"


"Di questa storia non ne so nulla, sono addolorato. Mi sono autosospeso perché non voglio dare la sensazione di essere legato al posto. Non ho mai sentito quella frase su Lucia Borsellino". Così il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta sull'intercettazione telefonica con il medico personale Matteo Tutino, che avrebbe pronunciato la frase "va fatta fuori come suo padre", riferendosi all'ex assessore alla Sanità regionale, figlia del giudice assassinato il 19 luglio 1992.



Intervista di Claudia Accogli










Crocetta, Rita Borsellino: "Squallore, vogliamo la verità"


"Oggi penso all'ultimo discorso di Paolo, sofferto, duro, oggi mi veniva in mente una frase pronunciata da mio fratello 'qualche giuda...'". Rita Borsellino, la sorella del magistrato ucciso dalla mafia nel '92, commenta il caso Crocetta nell'atrio di Casa Professa di Palermo, dove per l'ultima volta parlò pubblicamente suo fratello, durante una conferenza. "E' l'ennesimo buco nero di Palermo, voglio verità. Mi ha colpito lo squallore di questa vicenda", dice la Borsellino.


di Giorgio Ruta








Crocetta si autosospende: "Vado in procura, sono io la vittima"


Il governatore Rosario Crocetta, dopo la pubblicazione delle intercettazioni su un dialogo con il suo medico che dice la frase “questa Borsellino deve saltare in aria come suo padre”, annuncia di autosospendersi dalla carica di presidente della Regione e nomina reggente l’assessore alla Sanità Baldo Gucciardi: “Voglio difendere la mia onorabilità”



(di Antonio Fraschilla e Giorgio Ruta)






L'avvocato di Crocetta in procura: verifiche sulla intercettazione


Vincenzo Lo Re, legale del presidente della Regione Rosario Crocetta si è presentato a palazzo di giustizia e ha incontrato il procuratore capo di Palermo, Franco Lo Voi: "Mi ha detto che sono in corso verifiche sulla esistenza di questa intercettazione e che ci sarà un comunicato ufficiale"



di Giorgio Ruta




Bolzoni: "Quel silenzio di Crocetta"

Il governatore della Sicilia nella bufera dopo la telefonata con il medico Matteo Tutino, che nell'intercettazione rivelata dall'Espresso avrebbe detto: "Lucia Borsellino va fatta fuori, come suo padre". Il commento di Attilio Bolzoni: "Il silenzio di Crocetta davanti a quelle parole è imperdonabile. Come non si possono perdonare la sua antimafia da operetta e i danni incalcolabili che ha fatto alla Sicilia".

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