Bertolt Brecht : “Chi non conosce
la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un
delinquente”




Non mi piace

pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da
digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi
perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle
persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..




“ Non c’è niente di più profondo di ciò
che appare in superficie “






Pino Ciampolillo


2019/03/24

1985 8 NOVEMBRE Cosa nostra Il delitto dalla Chiesa IL PREFETTO, LA MAFIA CATANESE E LE COLLUSIONI CON IL MONDO POLITICO ED IMPRENDITORIALE

Cosa nostra
Il delitto dalla Chiesa 

IL PREFETTO,
LA MAFIA CATANESE
E LE COLLUSIONI
CON IL MONDO POLITICO
ED IMPRENDITORIALE
(⋯) 

La netta posizione assunta da Dalla Chiesa nei confronti della
questione catanese rendeva doveroso l'approfondimento dell'istruttoria
circa l'esistenza di collusioni tra mafia catanese e mondo politico ed
imprenditoriale allo scopo di accertare se l'omicidio di Dalla Chiesa,
voluto della mafia, fosse stato agevolato dalle resistenze locali alla sua
attività antimafia, o addirittura ispirato dai portatori di quegli interessi
che sarebbero stati da lui ≪toccati e compressi≫. 

Al riguardo, l'istruttoria è tuttora in corso di espletamento. Tuttavia,
già adesso si è in grado di potere affermare che, alla luce delle
risultanze finora emerse, le affermazioni di Dalla Chiesa sembrano
tutt'altro che destituite di fondamento.
Che Nitto Santapaola godesse della ≪benevolenza≫ delle Istituzioni, a
Catania, era lecito arguire da quanto si era già accertato in relazione
all'omicidio di Alfio Ferlito. 

Episodi come quello del suo rilascio, dopo
che sul luogo della sparatoria di via delle Olimpiadi era stata trovata la
sua autovettura blindata e dopo che egli si era reso irreperibile per
ben venti giorni, sono estremamente significativi. 

Ma ben altro è da evidenziare circa la ≪contiguità≫ di settori del
mondo politico e industriale con il gruppo mafioso di Nitto Santapaola.
Nel corso delle indagini concernenti gli omicidi di Romeo Rosario e del
m.llo dei CC. Alfredo Agosta, consumati a Catania il 18-3-1982,
venivano rinvenuti nel negozio di abbigliamento SCIMAR, di pertinenza
del primo, due album fotografici, contenenti soprattutto fotografie
dell'inaugurazione del suddetto esercizio.
Fra questa vi erano foto di gruppo del titolare del negozio, accanto a
Nitto Santapaola e l'inseparabile Calogero (Carletto) Campanella,
Grillo Francesco (altro membro del clan Santapaola ucciso a Catania il
9-7-1982), l'on. Salvatore Lo Turco, del PSDI, componente
dell'Assemblea Regionale Siciliana, Giacomo Sciuto, della DC, allora
presidente dell'Amministrazione Provinciale di Catania, Salvatore
Coco, della DC, allora sindaco di Catania, Salvatore Di Stefano, della
DC, Consigliere Comunale a Catania, nonché Giuseppe e Vincenzo
Costanzo, nipoti del cav. del lavoro Carmelo Costanzo e Placido
Filippo Aiello, genero del cav. del lavoro Gaetano Graci
; erano
fotografati, altresì, Antonello Longo, segretario provinciale di Catania
del PSDI, il dott. Franco Guarnera, dirigente del Servizio Sanitario
della Casa Circondariale di Catania, ed il dott. Raimondo Bordonaro,
medico-chirurgo,
recentemente arrestato per traffico di armi e di
sostanze stupefacenti su ordine di cattura della Procura della
Repubblica di Sanremo. 

In una fotografìa raffigurante dei commensali seduti attorno ad un
tavolo di un ristorante, si riconoscono, poi, fra gli altri, Nitto
Santapaola, Romeo Rosario, Raimondo Bordonaro, Filippo Placido
Aiello e l’on. Lo Turco, quest'ultimo seduto accanto al Santapaola col
braccio destro familiarmente poggiato sulla spalla di quest'ultimo. 

Queste fotografie sono state trasmesse a questo Ufficio dopo ben due
anni di indagini (16-6-1984) e solo a seguito di specifica richiesta.
I personaggi suddetti, sentiti sui motivi dei loro rapporti col Santapaola
e con altri pregiudicati, hanno fornito spiegazioni poco convincenti.
Soltanto uno (Salvatore Di Stefano) ha ammesso, forse senza
nemmeno accorgersene, che le qualità personali del Santapaola erano
ben note a tutti (≪Sul momento non feci caso alla presentazione,
poiché, dato il grande parlare che si faceva del Santapaola,
me lo immaginavo persona ben diversa da quell'uomo
insignificante che mi veniva presentato≫; le dichiarazioni degli
altri invece, sono improntate ad assoluto candore ed - addirittura uno
di essi, l'on. Lo Turco, ha sorprendentemente dichiarato di avere
conosciuto per caso il Santapaola e di essere rimasto ≪conquistato
dal suo tratto signorile e dalla sua gentilezza di modi≫;
evidentemente, l'on. Lo Turco aveva dimenticato, da un lato, che
stava parlando del capo della più grossa organizzazione mafiosa di
Catania e, dall'altro, che, come ha ritenuto il suo compagno di partito
Diego Lo Giudice, sia il Santapaola sia Rosario Romeo erano ben noti
da tempo al PSDI di Catania, poiché frequentavano la segreteria
particolare dell'on. Lupis, soprattutto in occasione delle campagne
elettorali. 

II sanitario del carcere di Catania, dott. Franco Guarnera, ha ammesso
di avere conosciuto il Romeo nel carcere stesso, mentre ha escluso di
conoscere Nitto Santapaola.
Anche le dichiarazioni degli imprenditori Costanzo Vincenzo e
Giuseppe sono contraddistinte da una buona dose di ingenuità: essi -
tuttavia - hanno riconosciuto che acquistavano le autovetture alla
PAMCAR (una società cui è interessato Santapaola), i biglietti d'aereo
all'AVIMEC, che si servivano dell'impresa di autotrasporti AVIMEC di
pertinenza di Giuseppe Ercolano, cognato di Santapaola e che il loro
fornitore di capi di abbigliamento era Romeo Rosario.
Naturalmente, nessuno di loro aveva mai sospettato che Santapaola e
Romeo fossero inseriti nel crimine organizzato.
E proprio per la sua sorprendente ingenuità - tanto sorprendente per
imprenditori così esperti e navigati 

- Giuseppe Costanzo ha invitato
alle sue nozze, accanto alle maggiori Autorità dello Stato di Catania,
anche Nitto Santapaola ed Antonio Minore, capomafia, quest'ultimo,
del trapanese, in atto latitante.
Ne si dica che, a quel tempo, nessuno sapeva chi fosse Nitto
Santapaola. Forse il suo nome non era noto come lo è adesso; ma
certamente a Catania tutti gli ≪addetti ai lavori≫ (e di essi ce n'erano
tanti fra gli invitati) conoscevano benissimo le capacità criminali del
Santapaola, e meglio di tutti le conoscevano i Costanzo, che dalla sua
≪protezione≫ traevano motivo per potere lavorare tranquillamente. 

E Carmelo Costanzo - solo dopo essere stato indiziato di falsa
testimonianza - ha ammesso, a denti stretti, che il Santapaola era
stato invitato alle nozze del nipote, da altri - però - ed a sua insaputa.
Si comincia così ad intuire perché il Santapaola non abbia avuto
problemi con le Autorità a Catania, almeno fino a quando non ha
causato il massacro di tre carabinieri e di un civile pur di raggiungere
lo scopo della eliminazione del suo acerrimo avversario, Alfìo Ferlito. 

Il Santapaola, infatti, era riuscito ad ottenere il 4-8-1979 licenza di
porto di fucile, e il 5-12-1981 (quando, cioè, infuriava la faida contro
Ferlito) il rilascio del passaporto. Addirittura, Santapaola aveva avuto
la licenza di porto di fucile, esibendo un certificato del casellario
giudiziale dal quale risultava immune da precedenti penali, benché il
24-6-1959 avesse già riportato una condanna per furto; mentre aveva
ottenuto il rilascio del passaporto previo nulla osta della componente
autorità giudiziaria, pur essendo pendente a suo carico un
procedimento penale per contrabbando di sigarette.
Non ci si meraviglia più, dunque, quando si scopre che la moglie
(Miniti Carmela) ed i figli di Santapaola erano alloggiati in una
palazzina del complesso turistico La Perla Jonica, di pertinenza del
gruppo Costanzo, dal 22 giugno al 31 dicembre 1982, quando, cioè, il
Santapaola era ricercato quale autore, in concorso con altri, dello
spietato eccidio della circonvallazione di Palermo. 

E che Santapaola e la sua corte gradissero in modo particolare il
soggiorno presso la Perla Jonica risulta in modo certo dal fatto che la
PAMCAR, la società concessionaria di autovetture Renault cui il
predetto è interessato, ha emesso, a favore della Perla Jonica, dal
luglio 1981 al luglio 1983, assegni per ben lit. 66.600.000, giustificati
come corrispettivi per i soggiorni nel complesso turistico in questione;
analogamente, la Renault Sicilia, un'altra società del gruppo
Santapaola, dal maggio al luglio 1981 ha em
ogni volta che il Condorelli telefonava o veniva in Ufficio,
l’avv. Aiello pretendeva che si incontrasse con me. E la
faccenda non mi piaceva per nulla perché mi ero reso conto
che il Condorelli era poco raccomandabile. 

Il mio compito era
di telefonare ai vari cantieri del gruppo Graci per segnalare
l'arrivo o del Condorelli o di suo cognato, certo Grazio, e la
disposizione dell'avv. Aiello di fargli raccogliere i rottami di
ferro. Debbo dire che, anche in seno all'ufficio, non veniva
commentato favorevolmente il fatto che io dovessi occuparmi
di intrattenere rapporti con il Condorelli, che invece
riguardavano l'avv. Aiello. Il Condorelli, inoltre, pretese che
ci dessimo del tu e dovetti sottostare, anche se tali rapporti
confidenziali non mi piacevano per nulla... Su specifico
incarico dell'avv. Aiello ho detto al Longo che avrebbe
dovuto costruire una casa su un terreno del Condorelli, che
dovrebbe trovarsi in territorio di Belpasso, così come mi era
stato detto dall'avv. Aiello, dissi al Longo che gli aspetti
finanziari di tale costruzione li avrebbe regolati direttamente
con l'avv. Aiello≫. 

Longo Alfìo è quello stesso che, l'8-10-1982, è stato identificato dai
CC mentre, insieme con altri operai, stava eseguendo dei lavori di
ristrutturazione nella autorimessa e nell'appartamento di Nitto
Santapaola in San Gregorio (Catania), via Sgroppino 185.
Il Longo, sentito come teste circa la suddetta ristrutturazione, dopo
avere a lungo tergiversato, alla fine ammetteva:
≪... per quanto riguarda la moglie del Santapaola, che io
conoscevo come signora Caminiti, l'affare mi è stato proposto
da Giuliano Macaluso, anch'egli impiegato, come il Nicoletti,
nelle imprese di Graci. 

Il Macaluso stesso mi ha condotto sui
luoghi e mi ha presentato la signora Caminiti (recte: Minniti),
che mi ha illustrato i lavori da eseguire≫.
Ancora una volta, dunque, un impiegato di Graci mostra un particolare
interessamento per Santapaola; ed è significativo che Giuliano
Macaluso, soltanto dopo di essere stato indiziato di falsa
testimonianza, si sia limitato ad ammettere di avere presentato di sua
iniziativa la moglie del Santapaola al Longo per l'esecuzione dei lavori
in questione, ma di averlo fatto ritenendo, in siffatta maniera, ≪di
interpretare una generale atmosfera di gentilezza nei
confronti del Santapaola≫; e infatti il Santapaola frequentava
l'impresa del Graci e veniva ricevuto dall'avv. Aiello. 

Può dirsi confermata, dunque, l'esistenza di rapporti molto familiari fra
Nitto Santapaola ed i Costanzo. E ciò risulta anche dalle dichiarazioni
di Licciardello Giuseppe (≪a Catania è notoria l'amicizia fra
Santapaola e i Costanzo≫ e di alcuni imputati del procedimento
penale contro organizzazioni criminali catanesi, pendente davanti
all'Autorità Giudiziaria di Torino (Parisi Salvatore: ≪Non conosco
l'esatta natura dei rapporti tra Costanzo e Graci, da un lato,
e Santapaola, dall'altro. So che il Santapaola frequentava
assiduamente la Perla Jonica≫... e che in tale luogo si è anche
incontrato con Gimmi Miano... ≪Nel Natale 1978, quando era
detenuto nel Carcere di Catania, ho potuto constatare come il
Condorelli, aiutato dal m.llo Belfiore e da Rosario Romeo,
distribuisse per ogni cella un panettone e una bottiglia di
spumante, invitando i reclusi a brindare alla salute del Cav.
Costanzo≫;
Saia Antonino: ≪Nitto Santapaola e il suo clan proteggevano e
proteggono tuttora e comunque hanno rapporti con gli
imprenditori Rendo e Costanzo≫). 

Ed anche Paternò Giovanni, per lunghi anni maresciallo dei CC.
addetto al Nucleo Operativo CC. di Catania, ha confermato che ≪Nitto
Santapaola ha notevole influenza nel campo imprenditoriale
catanese, soprattutto nei confronti degli imprenditori
Costanzo e Graci≫.
A fronte di tali risultanze, Carmelo Costanzo ha reso dichiarazioni
manifestamente reticenti ed inattendibili. Ha dichiarato, infatti, di
avere conosciuto Nitto Santapaola perché presentatogli dal cognato
del medesimo, ≪certo Ercolano≫, titolare di un'agenzia di viaggi, e di
non avere avuto alcun rapporto con lui; ignorava che il predetto
frequentasse la Perla Jonica; quanto, poi, all'appunto manoscritto di
Dalla Chiesa che lo riguardava, ha commentato che si trattava di ≪una
sciocchezza≫, perché egli lavora anche a Palermo da almeno 15 anni
e non vi sono stati apprezzabili incrementi dei lavori negli ultimi tempi. 

Nel corso dell'istruttoria, però, sono venute alla luce talune vicende
abbastanza singolari che sembrano dare corpo ai sospetti di Dalla
Chiesa, anche se debbono essere ancora approfondite. 

Una prima vicenda riguarda l'aggiudicazione, in data 19-4-1982, alla
GEI-Sicilia (una società del gruppo Costanzo) per il prezzo di lit.
14.550.000.000, in sede di asta fallimentare, del c.d. ≪palazzo di vetro≫
e, cioè, di un immobile appartenente alla fallita S.pA. S.A.S. (una
società del gruppo Caltagirone), sito in questa via Libertà ed ancora da
rifinire. 

A seguito di un esposto anonimo nel quale si denunciavano presunte
irregolarità nell'aggiudicazione dell'immobile alla GEI-Sicilia, la
Procura della Repubblica di Palermo svolgeva delle indagini
preliminari, in esito alle quali richiedeva l'archiviazione degli atti. 

Gli atti, trasmessi in copia, e la successiva attività istruttoria compiuta
sulla vicenda hanno posto in evidenza singolari circostanze.
Alla gara aveva stranamente partecipato una società del gruppo
Costanzo, in concorrenza col Fondo pensioni della Sicilcassa. La
stranezza consiste nel fatto che le imprese del gruppo Costanzo sono
affidate per cospicui importi presso la Sicilcassa e l'aver ≪soffiato≫ un
affare all'Istituto di credito con cui si è in rapporto non è cosa che,
normalmente, pone in buona luce il cliente nei confronti dell'Istituto
stesso. 

Nel caso in esame, però, nessun contraccolpo sfavorevole ha
subito il Costanzo; anzi, la Sicilcassa, il 10-5-1982, ha concesso alla
GEI-Sicilia un finanziamento di miliardario per il completamento
dell'immobile e per il pagamento del prezzo di aggiudicazione.
Successivamente, peraltro - fatto, questo, ancora più strano -
l'immobile veniva rivenduto, prima ancora di essere completato, allo
stesso Fondo Pensioni della Sicilcassa che aveva tentato invano di
acquistarlo in sede fallimentare. 

E le perplessità aumentano quando si apprende che all’affare del c.d.
≪palazzo di vetro≫ era interessato anche Antonino Salvo.
Al riguardo, Bono Benedetta - l'amante del defunto boss di Ribera,
Carmelo Colletti - ha riferito quanto segue:
≪Circa un anno fa, (e, quindi, nel 1982, essendo stato espletato
l’esame testimoniale il 21-9-1983) il Colletti venne a Palermo
insieme con un certo Nicosia, credo funzionario di banca, a
Ribera o ad Agrigento, per incontrarsi con Nino Salvo in
relazione al possibile acquisto di un palazzo, in questa via
Libertà, del valore di diversi miliardi (egli mi disse che
voleva 16 miliardi), che egli chiamò “palazzo di vetro”≫. 

Già la conoscenza, in termini sufficientemente precisi, da parte di una
donna incolta come la Bono, dell'affare in questione depone per
attendibilità delle sue informazioni; e comunque l'attendibilità globale
della donna è stata già valutata positivamente nelle parti che
precedono.
Ma quel che è più interessante è che il Nicosia, identificato per
Nicosia Antonino, allora componente del Consiglio di amministrazione
della Sicilcassa,
solo dopo essere stato indiziato per falsa
testimonianza, ha ammesso di avere accompagnato il Colletti da Nino
Salvo, precisando - pero - che si era trattato soltanto di una visita di
cortesia nel corso della quale il Salvo gli aveva chiesto conferma circa
l'interesse effettivo del Fondo pensioni della Sicilcassa all'acquisto del
c.d. palazzo di vetro.
Molto più interessante invece, è quanto il Nicosia, alla fine, ha deciso
di rivelare al G.I. di Agrigento:
≪Insisto nel dire che Colletti Carmelo quando si recò in mia
compagnia dal dr. Salvo non mi precisò il motivo della sua
visita a quest’ultimo, fu quando uscimmo dall'appartamento
del dr. Salvo che il Colletti mi specificò che aveva discusso
con il detto dr. Salvo della questione relativa all’acquisto del
cosiddetto palazzo di vetro, acquisto al quale il gruppo Salvo
era interessato. 

Il Colletti mi chiese se io fossi stato in
grado di favorire l’aggiudicazione dell'immobile ai Salvo.
Interessati all'acquisto (l’immobile apparteneva alla fallita
impresa Maniglia e si procedeva alla sua vendita ai pubblici
incanti) erano, oltre ad alcuni enti pubblici, tra i quali il
Fondo Pensioni della Cassa di Risparmio, alcuni grossi
imprenditori privati tra i quali i Salvo; il cavaliere Costanzo,
il cavaliere Graci ed il cavaliere Finocchiaro tutti e tre da
Catania. Tali notizie erano state riferite a noi consiglieri dal
Direttore Generale della Cassa che era assai interessata
all'acquisto, dato che nell'immobile avrebbero potuto essere
concentrati tutti i suoi più importanti uffici.
Il favore che il Colletti avrebbe voluto chiedermi era dunque
forse quello di adoperarmi a ciò che la Cassa non
partecipasse alla gara, allorché mi chiese che cosa io avessi
potuto fare per far conseguire ai Salvo l'aggiudicazione
dell'immobile. Io gli risposi che, a parte il fatto che un simile
intervento non avrei mai compiuto per ragioni di coscienza,
una simile decisione non competeva a me, ma a tutto il
consiglio nel suo complesso. Atteso il discorso che il Colletti
mi fece dopo la visita al dr. Salvo, mi resi conto che egli mi
aveva condotto a casa di quest'ultimo o per coinvolgermi
nell'affare o per dimostrare al dr. Salvo che aveva concrete
possibilità di influire sulla vicenda≫. 

≪Debbo precisare che successivamente all'aggiudicazione
dell'immobile da parte della GEI-Sicilia del Gruppo Costanzo,
il Colletti un giorno mi telefonò e mi disse che mi voleva
parlare. Io gli risposi subito che era inutile che parlassimo, in
quanto già l'immobile era stato venduto; 

il Colletti invero mi
aveva anticipato l'oggetto della conversazione che avrebbe
voluto avere con me. Il Colletti insistette per avere un
colloquio con me, specificando che non poteva essere fatto
per telefono. Venne subito dopo a trovarmi a casa. Il Colletti
con toni adirati mi disse che Costanzo si era a suo giudizio
messo d'accordo con i Salvo per acquistare il palazzo di
vetro e che lui ai Salvo avrebbe fatto pagare il ≪Pizzo≫. In
buona sostanza il Colletti lamentava il fatto che i Salvo, dopo
il suo interessamento, lo avevano messo da parte, non
concorrendo più ufficialmente ed associandosi a Costanzo≫. 

La vicenda, dunque, è molto meno limpida di quanto sembra e,
stavolta, ad ipotizzare collegamenti fra il catanese Carmelo Costanzo e
Antonino Salvo non è Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma un mafioso del
calibro di Carmelo Colletti.
Ed allora, la condotta, apparentemente schizofrenica, della Sicilcassa
e di Carmelo Costanzo in questo affare ha delle precise motivazioni,
ancora non chiarite.
In ogni caso, la vicenda rappresenta un valido indizio di quella
accentuata ≪presenza≫ a Palermo del gruppo imprenditoriale Costanzo,
su cui aveva appuntato la sua attenzione il prefetto Dalla Chiesa.
E valga il vero.

Nel verbale di delibera, del Consiglio di amministrazione della
Sicilcassa, di concessione del finanziamento alla GEI-Sicilia, si legge
che il fabbricato in questione sarebbe stato destinato ad uffici e che
avrebbe dovuto assumere ≪le caratteristiche di un centro
decisionale ed operativo sui generis≫; si legge, inoltre, che la
società richiedente è titolare, in questa via Resuttana, di un'area del
valore di 7,2 miliardi sulla quale avrebbe dovuto essere realizzato ≪un
altro edificio le cui caratteristiche saranno simili a quello di
via Libertà≫. 

Ora, investimenti di questa entità per la realizzazione di edifici ≪con
caratteristiche di centri decisionali ed operativi≫ generalmente
si compiono per stabilirvi la sede dell'impresa, a meno di accordi
preventivi con altri gruppi o enti interessati all'acquisizione di tali
centri. 

Ebbene, su tutto ciò Carmelo Costanzo è stato molto evasivo,
limitandosi a dire ≪di ricordare vagamente l'affare≫, in quanto se
ne era occupato suo nipote Giuseppe Cavallaro.
Ora, appare piuttosto strano, pur tenendo conto della consistenza
dell'impero finanziario dei Costanzo, che Carmelo Costanzo non abbia
ricordo di un affare di decine di miliardi, trattato appena un anno
prima, in circostanze del tutto particolari.
L'acquisto, poi, di un'area edificabile a Palermo, in via Croce Rossa,
da parte della GEI-Sicilia ha costituito lo spunto per ulteriori
accertamenti, da cui è emerso che anche a Palermo il gruppo
Costanzo ha avuto rapporti con personaggi mafiosi.
L'area è stata venduta alla GEI-Sicilia dall'Immobiliare Fortuna Spa il
22-2-1982 (e, quindi, all'incirca nello stesso periodo
dell'aggiudicazione del palazzo di vetro) per il prezzo, comprensivo di
IVA, di lit. 1.610.000.000, ma è stata valutata, pochi mesi dopo, dalla
Sicilcassa ben 7,2 miliardi, in sede di delibera di finanziamento alla
GEI-Sicilia.
E, al riguardo, Cavallaro Giuseppe, nipote di Carmelo
Costanzo, richiesto di spiegare sulla base di quali alchimie il valore
dell'area si era quintuplicato in pochi mesi, rispondeva, dimostrando di
avere delle nozioni di estimo assai soggettive, che l'area aveva quel
valore ≪se ed in quanto si hanno, come noi abbiamo, le possibilità
economiche e tecniche per costruire≫.
La vicenda, però, assume dei contorni molto meno limpidi se si
considera che i soci della Immobiliare Fortuna, precedente
proprietaria dell'area di via Resuttana, erano Pipitone Antonino,
indiziato di appartenenza alla mafia, e Benanti Antonia, moglie di
Cannella Tommaso, capo mafia di Frizzi, particolarmente vicino ai
corleonesi, del quale si è già parlato più volte nel corso della presente
trattazione. 

L'affare con l'Immobiliare Fortuna è stato illustrato da Giuseppe
Cavallaro in termini assai semplicistici. Egli, infatti, dopo avere
accennato di conoscere il Cannella fin dal 1971 perché quest'ultimo
aveva eseguito dei lavori di palificazione per conto delle imprese del
gruppo Costanzo, ha così dichiarato:
≪Alla fine del 1981, primi del 1982, il Cannella mi propose di
acquistare un terreno edificabile sito in questa via Croce
Rossa a Resuttana. Esaminato il terreno, e resomi conto
della bontà dell'affare, nei parlai con mio zio, Carmelo
Costanzo, che diede il suo assenso all'operazione, fidandosi
di quanto gli avevo riferito≫. 

Sarebbe stato quindi un affare chiaro e sbrigativo. Resta però da
capire perché l'area in questione, aggiudicata alla Immobiliare
Fortuna dalla CRI il 4-4-1979 per il prezzo complessivo di lit.
1.269.576.000, oltre IVA per lit. 177.740.640 - a seguito di licitazione
privata cui aveva partecipato, oltre all'Immobiliare Fortuna, soltanto la
SICILPALI, anch'essa di Tommaso Cannella - sia stata rivenduta ai
Costanzo, dopo oltre due anni, per lit. 1,6 miliardi e, quindi, per una
somma superiore di appena 155 milioni, tale, cioè, da non coprire
nemmeno la svalutazione monetaria.
Ma le attività di Carmelo Costanzo a Palermo non sono soltanto
queste, poiché, come egli stesso ha puntualizzato, le imprese del suo
gruppo stanno realizzando in questa città:
- il complesso immobiliare INA di via del Fante; 

- un lotto della strada Palermo-Sciacca; 
il rifacimento della strada ≪Corleonese≫. 

Imprese del gruppo Costanzo, inoltre, all'uopo consorziate con
l'impresa De Bartolomeis, con Arturo Cassina ed altri, stanno curando
l'esecuzione dell'appalto per la realizzazione di un depuratore nella
città di Palermo e si sono consorziate con Cassina per la metropolitana
e le acque di Palermo.
Lo stesso gruppo Costanzo, infine, ha investito a Palermo nel settore
dell'editoria. 

L'operazione è stata individuata a seguito di indagini compiute dalla
Guardia di Finanza a richiesta dall'Alto Commissario per il
coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa e scaturite da
una segnalazione dell'on. Costantino Belluscio su presunte infiltrazioni
mafiose nella editoria siciliana.
Il Belluscio sosteneva che la contemporanea integrale pubblicazione
nel Giornale di Sicilia e nella Sicilia di Catania dei diari del cons.
Chinnici, quando ancora in sede di Commissione Antimafia si discuteva
se potessero essere legittimamente utilizzati senza violare il segreto
istruttorio, aveva lo scopo di ≪sollevare un gran polverone
tendente, con ogni probabilità, a depistare le indagini e a
distogliere la attenzione dell'opinione pubblica dai veri
obiettivi dell'omicidio, gettando contemporaneamente
discredito sulla magistratura e sulla polizia palermitana; la
prima ridicolizzata dal magistrato ucciso; la seconda
destinataria di una delle copie oggetto di fuga≫.
E proseguiva sollevando inquietanti interrogativi: ≪Ma perché i due
giornali siciliani hanno contemporaneamente pubblicato
l'esplosivo documento? Per un caso o per un disegno? Ha una
qualche rilevanza che la Sicilia e Il Giornale di Sicilia, il
primo di Catania e il secondo di Palermo, siano per una parte
di proprietà del cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo, oltre
che dell'editore Mario Ciancio di Catania?≫. 

Ebbene, dagli accertamenti svolti dalla Guardia di Finanza è emerso
che Il Giornale di Sicilia S.p.A, in data 16-6-1982, ha aumentato il
capitale sociale a L. 750 milioni ed ha accolto come nuovi soci l'avv.
Daniele Radogno, genero di Carmelo Costanzo, con azioni per
62.500.000, e Mario Ciancio, interessato anche a La Sicilia di Catania,
con azioni per un importo pari a quella del Radogno.
Pertanto, sempre nel 1982, il Costanzo ha compiuto un altro
investimento, che ha trascurato di riferire, nel delicato settore
dell'informazione.
A questo punto si possono già trarre delle conclusioni: 

1) sono certi i rapporti di Nitto Santapaola e di altri membri del suo
clan con Carmelo Costanzo e con altri imprenditori catanesi; 

2) è certo che tali rapporti, la cui natura è ancora da approfondire,
erano tutt'altro che episodici ed occasionali; 

3) è certo, infine, che il 1982 ha registrato un'accentuata presenza,
quanto meno ≪qualitativa≫, di Carmelo Costanzo a Palermo.
Mario Rendo, un altro cavaliere del lavoro catanese, ha sempre
sostenuto di essere completamente estraneo ad ambienti mafiosi
palermitani e di essere vittima di una pilotata congiura giornalistica ai
suoi danni.
Le indagini istruttorie, per intanto, hanno accertato che il Rendo ha,
quanto meno, tentato di condizionare i pubblici poteri, col peso del suo
impero economico.
Giova premettere che, l'1-9-1983, il sostituto Procuratore della
Repubblica di Arezzo emetteva ordine di cattura per il delitto di
bancarotta fraudolenta, fatturazione di operazioni inesistenti e falso in
bilancio in concorso, contro l'ing. Ugo Rendo, figlio di Mario, ed altri,
sussistendo indizi che la fallita S.p.A. Nuova SACFEM di Arezzo
avesse restituito ingenti somme a società del gruppo Rendo, simulando
inesistenti vizi delle macchine vendute a dette società.
Lo stesso disponeva una perquisizione domiciliare negli uffici di Mario
Rendo a Roma (piazza Sallustio 9) nel corso della quale venivano
acquisite talune carpette contenenti appunti e promemoria che, per la
loro rilevanza, si riportano integralmente.
Carpetta intestata Ecc. Maccanico
≪Roma, li 10-5-1983. 

Promemoria 

1) II dott. Cannarozzo Luciano, in atto Questore a
Caltanissetta da circa 3 anni, aspira ad essere trasferito a
Catania in veste di Questore, mentre quello di Catania
aspira ad una promozione. 
2) Rilancio della nostra fondazione culturale per sostenere
l'immagine del nostro gruppo, nonché la valorizzazione dei
valori morali del fronte lavorativo. 
3) Situazione generale in Sicilia. 
4) Questione Guardia di Finanza e Stampa. 
 5) Esame situazione elezioni politiche. 
6) Esame situazione magistratura Catania≫.
≪Roma 15-6-83. 

Promemoria  II dott. Cannarozzo Luciano, in atto Questore a Siena, non è
stato potuto accontentare di venire a Catania, poiché si è
reso libero di Questore dirigente l'ispettorato Generale di
P.S. presso il Quirinale. Aspira a tale incarico≫.
≪Roma 26-7-83. 

Promemoria 1) Situazione Questore Catania Conigliaro e dott. Cannarozzo.
2) Esame situazione magistratura di Catania e Palermo
articolo Espresso.
3) Situazione generale in Sicilia.
4) Questione stampa.
5) Esame situazione elezioni politiche.
6) Rilancio della nostra fondazione culturale per sostenere
l'immagine del nostro gruppo, nonché la valorizzazione dei
valori morali del fronte lavorativo≫.
Carpetta intestata On.le Gullotti
≪Roma li, 26-7-1983. 

Promemoria  1) Questione inchiesta Procura Catania.
2) Seguire nomina a 1° Presidente di Catania.
3) Sollecitare l'emissione del decreto del potenziamento
Agrofil 12° lotto.
4) Completamento opere irrigue (Esa Assessorato
Agricoltura).
5) Situazione Nucleo Regionale P.T.
6) Sostituire Questore Catania.
7) Sostituire Commissario del consorzio di Bonifica di Catania
Sig. Scordo con funzionario regionale.
8) Programma politico regionale.
9) Gare autostrada ME-PA.
10) Denuncia Espresso≫.
≪Roma 9-5-83.

Promemoria 1) Questione inchiesta Procura Catania. Ammorbidire.
2) Seguire nomina Procuratore Generale a Catania e di
Cataldo a 1 ° Presidente (attenzione a mantenere
l'ambiente della Magistratura sereno) onde evitare riflussi
peculativi da parte di alcuni.
3) Questione passaporti e chiusura procedimenti in corso per
reati fiscali (Dott. D'Agata - speculazione (Ciancio,
Costanzo etc.).
4) Situazione Nucleo Regionale P.T.
4) Questione stampa tipografia Catania e mio incontro Lima e
D’Acquisto.
5) Gazzetta del Sud Bonina.
6) Sostituire Questore Catania con il Questore di
Caltanissetta dott. Salvatore Cannarozzo.
7) Sostituire Commissario del consorzio di bonifica di Catania
Sig. Scordo con funzionario regionale.
8) Sollecitare l'emissione del decreto del potenziamento
Agrofil 12° lotto.
9) Programma politico regionale.
10) Gare autostrada ME-PA.
11) Completamento opere irrigue (Esa Assessorato
Agricoltura)≫.
≪Roma 30-6-83.

Carpetta intestata On. Macaluso 

Promemoria - Presidenza Corte D'Appello di cui si parla a Catania.
- Sono riusciti ad addomesticare il PCI?
- La presenza di tali persone non è gradita alla magistratura
progressista quindi girare per altro nominativo.
- Parlare Ing. Bosco che sa tutto sulla magistratura di
Catania≫.
Nella carpetta relativa all'on. Macaluso è contenuto anche un ritaglio
di stampa de II Manifesto del 3-8-1983, in cui si parla di una
probabile infiltrazione della mafia negli affari per la costruzione della
base NATO di Comiso e si accenna anche all'appalto al Consorzio
RE.CO.GRA (Rendo, Costanzo, Graci), che avrebbe fruttato 70 miliardi
di lire; vi è contenuto un secondo ritaglio del Manifesto del 2-8-1983,
in cui si parla della ≪mafia degli affari≫ dietro i grandi omicidi di
Palermo e si esprimono giudizi non lusinghieri nei confronti dei
cavalieri del lavoro catanesi.
Carpetta intestata ≪Proposte per quote franchigia on.
Formica.
≪Catania, 22-7-83. 

Promemoria - Legge per franchigia in base al fatturato consolidato dei
gruppi imprenditoriali, esente da giustificativi di spesa per
ricerche, perfezionamento personale, attività promozionali
etc.
- 3% per un fatturato di 100 miliardi.
- 4% da 100 a 300 miliardi.
- 5% da 300 a 500 miliardi.
- 6% oltre 500 miliardi≫.
Carpetta intestata on. Formica
≪Roma, li 15-11-1982.

- Super ispettore Ferruccio per inchiesta ai due super
ispettori che sono venuti a Catania
- Petretta e Ciampoli≫.
≪Roma, li 31-5-1983. 




Promemoria  1) Azione contatti Guardia Finanza di Palermo (col. Pizzuti a
Palermo fino a settembre?).
2) Seguire il generale La Mare a Palermo.
3) Legge per consentire franchigia sul fatturato per studi,
ricerche, corsi di perfezionamento nell'ambito dei
miglioramenti aziendali e ciò per stimolare la ripresa
economica, dando benefìci alle migliori aziende che
sviluppano piano occupazione.
4) Magistratura Catania, Giudice D'Agata≫.
≪Roma, 7-7-83. 




Promemoria  1) Azione contatti Guardia di Palermo (Colonnello Pizzuti a
Palermo fino a settembre?).
2) Legge per consentire una franchigia sul fatturato per studi,
ricerche, corsi di perfezionamento nell'ambito dei
miglioramenti aziendali e ciò per stimolare la ripresa
economica. Dando benefìci alle migliori aziende che
sviluppano piano occupazione.
3) Magistratura Catania, Giudice D'Agata≫.
≪- Legge per franchigia in base al fatturato consolidato dei
gruppi imprenditoriali, esente da giustificativi di spesa per
ricerche, perfezionamento personale, attività promozionali
etc.
- 3% per un fatturato di 100 miliardi.
- 4% da 100 a 300 miliardi.
- 5% da 300 a 500 miliardi.
- 6% oltre 500 miliardi≫.
Venivano, quindi, escussi tutti gli intestatari delle cartelle.
Antonio Maccanico, segretario generale della Presidenza della
Repubblica ha testualmente dichiarato:
≪Recentemente, e cioè nel giugno 1983, il Rendo mi ha
chiesto udienza e mi ha prospettato, soprattutto, le iniziative
della fondazione Rendo: nell'occasione, si è lamentato degli
ingiustificati attacchi della stampa contro il suo gruppo
imprenditoriale, e mi ha fatto capire che si trattava di una
manovra ordita dai suoi concorrenti imprenditori. 




Alla fine del
colloquio, mi fece presente che un suo cugino, questore
Cannarozzo, era in attesa di assegnazione di sede. Mi fece
presente, altresì, che la sua aspirazione era di rientrare a
Catania, ma che, comunque, avrebbe gradito anche la nomina
ad ispettore generale della P.S. presso il Quirinale.
Risposi che, per quest'ultimo incarico, avevo già proposto
altro nominativo e che, per il resto, l'avrei tenuto in
considerazione. Dopo circa dieci giorni, mi ha telefonato l’on.
Emilio Colombo, per segnalarmi anche egli il Cannarozzo≫. 




L'on. Antonino Gullotti, ministro dei beni culturali ed ambientali, ha
precisato:
≪Conosco da tempo il Rendo per motivi inerenti alla mia
attività pubblica ma con lo stesso non vi è mai stato alcun
rapporto confidenziale o preferenziale. Quanto al contenuto di
tali appunti, posso dire che il Rendo non mi ha mai parlato di
questioni inerenti ai titolari di pubblici uffici; del resto, io
non avrei mai consentito che un privato mi facesse discorsi
del genere. Di alcuni argomenti il Rendo mi ha fugacemente
informato, ma senza alcun fine particolare. 




Circa la
situazione politica, mi ha prospettato l'esigenza di un rilancio
dei finanziamenti per opere pubbliche in Sicilia e si è
lamentato del fatto che le imprese del suo gruppo non
riuscissero ad ottenere appalti nei lotti dell'autostrada
Messina-Palermo. Mi ha parlato anche dell'esigenza di
completamento delle opere irrigue in Sicilia. Nego che mi
abbia mai parlato della sua intenzione di far stampare in
Sicilia giornali a diffusione nazionale. Tanto meno ho mai
parlato con Lima e D'Acquisto di tali argomenti.
Tengo a precisare, comunque, che non incontro il Rendo da
alcuni mesi ed escludo di essermi incontrato col medesimo
nelle date indicate nel fascicolo in questione (9-5-1983 e
26-7-1983). 




Sono portato a credere che il fascicolo a me intestato
costituisse per il Rendo una sorta di pro-memoria, in
relazione ad interventi che aveva in animo di effettuare nei
miei confronti, mediante persone a me vicine
istituzionalmente, per farmi pervenire quanto è indicato nei
promemoria stessi. Per altro, tengo a precisare che, se è
esatta tale mia valutazione, tale intervento del Rendo nei
miei confronti è rimasto nel limbo delle intenzioni, perché
nessuno mi ha parlato degli argomenti indicati nel fascicolo,
di cui tuttora sono all'oscuro, ad eccezione di quanto ho già
precisato alla S.V.≫. 




L'on. Emanuele Macaluso, direttore de L'Unità, a sua volta, ha detto:
≪Conosco Mario Rendo, segnalatomi dal sen. Medici o dall'on.
Marcora, fin da quando, nel 1976, fui nominato presidente
della Commissione agricoltura della Camera dei deputati o
meglio del Senato.
Il Rendo, che mi sembrò subito un tipo molto estroverso e
pieno di iniziative, tenne a porsi in luce nei miei confronti
come appartenente a quella parte dell'imprenditoria siciliana
non inquinata da infiltrazioni mafìose. E mi disse che, proprio
per evitare contatti con organizzazioni mafìose, si era sempre
astenuto dall'assumere appalti di opere pubbliche da eseguire
a Palermo e soprattutto nel Comune di Palermo. Ebbi modo di
incontrarlo altre volte, poiché il Rendo è titolare di una
grossa azienda agrumicola nel catanese e, inoltre, quale
presidente della fondazione culturale Mario Rendo, aveva
ispirato studi sull'agricoltura nel Mezzogiorno e, in
particolare, quelli concementi la possibilità di iniziare la
coltura della soia in quelle zone; ricordo, anzi, che
partecipai, a Catania, ad un convegno sull'argomento, nel
quale venne illustrato un libro sulla questione edito dalla
fondazione. Inoltre, fummo condotti in un campo sperimentale
ove erano in coltura piante di soia.
I vari incontri col Rendo, quindi, sono stati sempre ed
esclusivamente attinenti alla materia dell'agricoltura, nella
quale sono particolarmente versato. Del resto, questi contatti
non sono stati esclusivi col Rendo ma con ogni personalità di
spicco nel settore dell'agricoltura italiana.
Più di recente, il Rendo ha avuto modo di illustrarmi una sua
iniziativa, tendente a far stampare a Catania i quotidiani La
Stampa, II Giornale, II Corriere della Sera e la Gazzetta dello
Sport; tale iniziativa, ovviamente, avrebbe creato problemi di
concorrenza col centro stampa de La Sicilia, che già
stampava, per teletrasmissione, La Repubblica. Anzi, il Rendo
si lamentò di essere vittima di una campagna di stampa
diffamatoria ispirata, a suo avviso, da motivi di concorrenza
nel campo imprenditoriale. 




Al di fuori di questi argomenti, non ho parlato di altro col
Rendo e, pertanto, mi stupisce molto la lettura dei suoi
appunti nella parte che mi riguardano, tenuto conto che, per
mio costume personale e di partito, è assolutamente da
escludere che istanze come quelle annotate dal Rendo
avrebbero potuto essere da me recepite≫.
Infine, l’on. Salvatore Formica, già ministro delle Finanze, ha
dichiarato:
≪Per quanto riguarda gli appunti trovati negli uffici romani di
Mario Rendo, posso dire che conosco quest'ultimo, per
ragioni delle mie cariche pubbliche, da diversi anni. Sono a
conoscenza, ovviamente, delle verifiche fiscali, disposte nei
suoi confronti e di altri imprenditori catanesi, in relazione ad
una vicenda di fatturazioni per operazioni inesistenti. E
poiché il Rendo lamentava di essere vittima di una
macchinazione, ho disposto, cosi come avrei fatto per
qualsiasi altro contribuente, una verifica dei criteri adottati
dalla Guardia di Finanza, a mezzo dei superispettori. Non
sono mai intervenuto, ne direttamente ne indirettamente, per
influenzare l'esito degli accertamenti. 




 Tengo, anzi, a precisare che, in occasione della vicenda
legislativa per l'approvazione del condono fiscale e della
abolizione della c.d. pregiudiziale tributaria, sono stato
contrario con tutte le mie forze ad inserire sia l'automatica
sospensione degli accertamenti in corso, come era avvenuto
nel precedente condono del 1973, sia l'estensione del
condono, fra i reati connessi, anche all'associazione per
delinquere. 




Tale mio fermo atteggiamento ha urtato contro
l'opinione di estesi gruppi di parlamentari, ma ciononostante,
sono riuscito a far prevalere le mie tesi. Debbo dire, altresì,
che in quel periodo ho ricevuto numerose telefonate anonime
di minaccia, sia a casa (nell'utenza riservata) sia al
Ministero.
Fra l'altro, una volta mi si disse di astenermi dall'andare a
Palermo perché era meglio ≪cercarmi un loculo≫. Ovviamente,
non mi sono lasciato intimidire da queste minacce di chiaro
stampo mafioso.
Ritengo, pertanto, che gli appunti del Rendo, al massimo,
possano corrispondere a suoi propositi per influenzarmi in
problemi che lo riguardavano, ma, al di là di quanto ho detto,
nessun colloquio sulle materie indicate negli appunti del
Rendo, vi è mai stato e io avrei, ovviamente, respinto ogni
sollecitazione in tal senso.
Faccio presente, infine, che, così obbedendo ad un mio
costume morale, non sono mai intervenuto per influenzare,
mentre ero ministro delle finanze o successivamente, le
nomine e le assegnazioni di ufficiali della Guardia di Finanza. 




Quelli di Palermo, poi, hanno sempre ricevuto da me pieno e
incondizionato appoggio e incoraggiamento.
Debbo dire che, come ho già pubblicamente dichiarato, mi
sembra strana tutta questa storia del rinvenimento degli
appunti del Rendo, sulla quale mi auguro che venga fatta
piena luce≫.
Alla stregua delle dichiarazioni dei testi discussi, dunque, ad eccezione
del dott. Antonio Maccanico, gli appunti sequestrati al Rendo
sarebbero stati nulla più che mere manifestazioni di intenti, non
seguite da alcun fattivo interessamento presso le personalità indicate.
Sono stati poi esaminati l'on. Lima e l'on. D'Acquisto, i quali hanno
confermato di avere avuto un incontro con Mario Rendo in merito ad
un suo progetto di fare stampare a Catania alcuni quotidiani nazionali.
 




Sono stati - infine - ascoltati alcuni ufficiali di Finanza in merito a
specifiche annotazioni del Rendo e sono stati così scoperti i tentativi
posti in essere dai cavalieri del lavoro per bloccare verifiche fiscali in
corso nei loro confronti.
Il Col. Elio Pizzuti, allora comandante del Nucleo Regionale di Polizia
Tributaria della Guardia di Finanza di Palermo, ha riferito, infatti,
quanto segue:
≪Sono stato Comandante del Nucleo Regionale di Polizia
Tributaria di Palermo fino a ieri, 11 ottobre 1983, e dal 4
febbraio 1981.




Faccio presente che il Nucleo Regionale di
Polizia Tributaria ha giurisdizione sul territorio della
provincia di Palermo, e, per i contribuenti di maggiore
importanza specificamente indicati dal Comando Generale
della Guardia di Finanza, su tutta la Sicilia. Fra i contribuenti
maggiormente importanti rientrano anche le imprese del
gruppo dei cavalieri del lavoro di Catania, Mario Rendo,
Gaetano Graci, Carmelo Costanzo; il Finocchiaro invece
finora rentra nella giurisdizione del Nucleo P.T. di Catania. 




Le verifiche fiscali nei confronti dei suddetti erano state da
tempo programmate da questo Nucleo Regionale, con
l'approvazione del Comando Generale, anche perché i
suddetti imprenditori, nonostante la loro importanza, non
avevano mai subito una verifica fiscale generale. Messo di
fronte alla necessità di dover scegliere quale dei gruppi
sottoporre a verifica per primo (per una verifica
contemporanea di tutti i gruppi sarebbe stato necessario un
elevatissimo numero di ufficiali e sottufficiali), preferii
iniziare con Graci, nei cui confronti erano emersi elementi di
un certo peso nella vicenda inerente al falso sequestro di
Sindona
e che, peraltro, fra i Cavalieri del Lavoro, era quello
che si era arricchito in maniera più rapida e tumultuosa. Il 14
luglio 1981 iniziò la verifica nei confronti del Graci, alla
quale furono da me destinati una decina di ufficiali e circa 80
sottufficiali, appartenenti al Nucleo Regionale e alla Legione
di Messina. 




Io stesso mi portai a Catania per controllare e dirigere la
complessa operazione. Mentre mi trovavo nell'ufficio del
Comandante del Gruppo di Catania, Ten. Col. Giglio,
ricevemmo una telefonata dal Maggiore Fava, allora
appartenente al Nucleo Regionale P.T., il quale ci consigliò di
intervenire subito, perché il Graci appariva molto nervoso.
Infatti, quando giungemmo, pochi minuti dopo, negli uffici del
Graci, quest'ultimo mi apostrofò, dicendomi che la verifica
disposta nei suoi confronti era motivata da questioni politiche
e che era stata la S.V. a disporla, con ciò riferendosi al fatto
che proprio da Lei poco tempo prima egli era stato indiziato
di reato, in un procedimento penale per associazione per
delinquere di stampo mafioso a carico di numerosi imputati. 




Gli feci presente che si trattava di una comune verifica
fiscale e che io stesso l'avevo disposta, dato che esso Graci
non era mai stato sottoposto a verifica generale.
A questo punto, il Graci pretese di esaminare l'ordine di
accesso per la verifica da me firmato e del quale volle
fotocopia. Allora obiettò ancora che egli sapeva che la sua
posizione rientrava nella sfera di competenza del Nucleo
Regionale di Palermo. 




Mi fu facile replicare che io ero
appunto il Comandante del Nucleo Regionale ed allora il
Graci non mosse più alcun rilievo. Potei notare che l'ufficio
del Graci non conteneva nemmeno una carta o un appunto,
mentre, come è stato accertato in sede di verifica, negli altri
uffici della impresa del gruppo è stata rinvenuta numerosa
documentazione.
In particolare, una intera stanza di un ufficio del Graci era
piena di materiale elettorale dell'on. regionale Aleppo.
Il giorno successivo, mentre ero nell'ufficio del Ten. Col.
Giglio Francesco, quest'ultimo ricevette una telefonata.
Mentre parlava con l'interlocutore, posò la mano sulla
cornetta per non farsi sentire e mi disse che si trattava del
Ten. Col. Di Bartolomeo, segretario particolare dell'on.
Formica, allora ministro delle Finanze, il quale, d'ordine del
ministro, lo aveva invitato a far cessare le operazioni di
verifica nei confronti del Graci; dissi, allora, al Giglio di
riferire al Di Bartolomeo che avrei troncato la verifica solo in
presenza di un ordine scritto. Il Col. Giglio, dopo aver riferito
ciò al Di Bartolomeo, posò il telefono e soggiunse che, a dire
del Di Bartolomeo, Formica era stato interessato dal
segretario del Psi, on. Craxi. 




Nessun ordine in tal senso ho
ricevuto e così la verifica ha potuto proseguire fino alla
conclusione, nell'estate del 1982.
C'è da dire ancora che più volte il Graci si lamentò con i miei
ufficiali, durante le operazioni di verifica, del fatto che i
politici in tale circostanza lo avessero abbandonato. 




Intanto,
il Nucleo di P.T. di Agrigento, diretto dal Ten. Santacroce, su
delega di quella Procura della Repubblica (dr. Livatino),
aveva iniziato, a seguito di segnalazione confidenziale, degli
accertamenti bancari concernenti un vasto giro di fatture
false, che coinvolgeva gli imprenditori di Catania Rendo,
Costanzo, Graci e Parasiliti; tali indagini si intersecarono con
quelle svolte dai CC e dalla Procura della Repubblica di
Siracusa, concernenti un traffico di autocarri rubati nel quale
era implicato tale Giuseppe Cremona; quest'ultimo, infatti,
era un imprenditore di Agrigento in contatto con quelli di
Catania e aveva ammesso di aver rilasciato una ingente
quantità di fatture per operazioni inesistenti a favore dei
suddetti imprenditori e anche di Finocchiaro.
In tale situazione si innestò la verifica fiscale, disposta da
questo Nucleo Regionale P.T., al fine specifico di acquisire
elementi sul giro di fatture false. 




Le risultanze di questi
complessi accertamenti sono state portate puntualmente a
conoscenza delle competenti Autorità Giudiziarie. Nel corso
di tali accertamenti, sono venuti in Sicilia due coppie di
super ispettori; la prima volta si è trattato di Dus e, credo,
Scaramazza e la seconda volta di Ciampolli e Petrecca. I
primi due non hanno mosso rilievi di sorta sull'operato della
Guardia di Finanza ed anzi hanno collaborato attivamente
nelle operazioni di verifica. I secondi due, invece, hanno
mosso rilievi, contestando i criteri da noi usati per giungere
alla conclusione circa l'esistenza di operazioni false ai fini di
frodare il Fisco. 




Tale relazione dei super ispettori ha
prodotto come conseguenza, se non erro, che dei nostri
accertamenti non si è tenuto conto, una volta che è
intervenuto il condono fiscale, ai fini della determinazione
delle somme dovute per la chiusura delle pendenze fiscali.
Nel novembre '82, inoltre, Ciampoli e Petrecca hanno chiesto
di parlare col Gen. Vitali, allora Comandante della VII Zona
Sicilia della Guardia di Finanza, e, poiché il predetto ufficiale
ha fatto dire ai super ispettori che si trovava fuori sede, i
due hanno insistito per parlare col Gen. Lamare, nonostante
che questi, allora, non rivestisse funzioni di comando in
Sicilia; alla mia presenza, dissero che i nostri criteri non
erano sufficientemente concreti per accertare le violazioni
finanziarie e chiesero espressamente di esaminare i rapporti
giudiziari di denunzia da noi inoltrati alla Autorità Giudiziaria.
In particolare, i due insistevano per accertare quali e quanti
libretti di deposito al risparmio al portatore fossero stati
individuati e sequestrati dalla Guardia di Finanza per
controllare, a loro dire, la sussistenza dei rilievi fiscali da noi
mossi. 




Il gen. Lamare oppose, però, un netto rifiuto, essendo gli atti
coperti dal segreto istruttorio. Nel corso delle operazioni di
verifica il Maggiore Fava mi ha riferito di aver appreso dal
Rendo che i giri di fatture false erano una necessità per poter
acquisire il danaro "nero" necessario per pagare le tangenti
per l'acquisizione degli appalti.
Posso dire di non avere mai ricevuto pressioni o intimidazioni
di sorta in relazione alle verifiche fiscali da me disposte nei
confronti degli imprenditori catanesi. Il Ten. Col. Giglio,
peraltro, più volte mi ha detto di stare alla larga da Catania,
essendo io malvisto nell'ambiente degli industriali catanesi.
Infatti, quando andavo a Catania, il Ten. Col. Giglio mi
faceva scortare da Finanzieri≫. 




Questa dichiarazione del Col. Pizzuti è stata sostanzialmente
confermata dal Ten. Col. Francesco Giglio, Comandante del Gruppo
Guardia di Finanza di Catania:
≪Ho comandato il gruppo G. di F. di Catania dall'8-7-1979 al
5-8-1983. In tale periodo, com'è noto, è stata effettuata la
verifica generale fiscale alle imprese del gruppo Graci e altre
verifiche, motivate prevalentemente da indagini di p.g., in
relazione ad un vasto giro di fatture per operazioni
inesistenti, che riguardava i più grossi gruppi imprenditoriali
di Catania. 




Le indagini sono state dirette dal Nucleo
Regionale di polizia tributaria, nella cui sfera di competenza
rientrava il controllo a fini fiscali delle imprese suddette.
Per quanto riguarda, in particolare, la verifica alle imprese
Graci, ricordo che la stessa iniziò nel luglio 1981 e che il
Col. Pizzuti era presente a Catania per dirigere le operazioni.
Si scelsero le imprese del gruppo Graci, perché quest'ultimo,
fra i cavalieri del lavoro di Catania, era quello che aveva
raggiunto in minor tempo una consistente posizione
economica, di talché sarebbe stato interessante cercare di
comprendere i meccanismi che avevano consentito tale
ascesa.
La mattina dell'inizio delle operazioni, il Graci fece presente
a me, non appena giunto nei suoi uffici dove mi trovavo col
Col. Pizzuti, che gli sembrava strano il mio intervento poiché
gli risultava che la vigilanza a fini fiscali competeva al
Nucleo Regionale di P.T. di Palermo. 




Gli feci presente, con un gesto, che si trovava nel luogo
proprio il Comandante del Nucleo Regionale, Col. Pizzuti. A
questo ultimo, il Graci espresse il suo convincimento che la
verifica fiscale potesse essere stata disposta per fini di
giustizia penale. Alcuni giorni dopo, chiese insistentemente di
essere ricevuto da me e dal Col. Pizzuti e, in quella sede,
ribadì il suo convincimento che era stata la S.V. a suggerire
l'opportunità di tale verifica in relazione ad accertamenti
penali svolti nei suoi confronti.
Debbo soggiungere che, il giorno dopo l'inizio della verifica,
ricevetti nel mio ufficio, alla presenza del col. Pizzuti, e,
credo di altro ufficiale (forse il magg. Fava), una telefonata
da parte del ten. col. Di Bartolomeo Antonio, ufficiale addetto
al min. delle Finanze on. Formica. Il predetto mi chiese,
d'ordine del ministro, notizie sull'andamento della verifica nei
confronti di Graci e credetti di capire che lo scopo della
telefonata era di sapere se l'intervento avrebbe avuto
ulteriori sviluppi operativi, ritengo, in direzione della Banca
Agricola Etnea




La telefonata ci lasciò perplessi, sembrandoci
inopportuna qualsiasi richiesta di spiegazione, specie per
telefono. Tutto ciò ci fece comprendere chiaramente che il
Graci, in qualche modo, era riuscito ad informare il ministro
di quanto stava accadendo, cosicché il col. Pizzuti,
innervosito, disse che se il Ministro voleva notizie si doveva
rivolgere al Comando Generale, informato da esso Pizzuti; in
uno sfogo d'ira, soggiunse che, se si voleva che le operazioni
fossero addirittura sospese, egli avrebbe preteso un ordine
scritto. Debbo precisare, però, che nessuna richiesta in tal
senso né il Di Bartolomeo, né altri ha mai rivolto a me o ad
altri ufficiali dipendenti.
È vero che, quando giungemmo nell'ufficio di Graci,
quest'ultimo non era presente e che l'ufficio era privo di
carte e documenti in genere, rilevanti ai fini della verifica. 






Durante le operazioni di verifica nei confronti di Rendo, sono
intervenute due coppie di super ispettori. I primi, Dus e
Caramazza, hanno svolto un lavoro ispettivo riguardante altri
fatti e, con l'occasione, hanno anche espresso considerazioni
positive sull'operato della Guardia di Finanza nella vicenda
Rendo. Pertanto, hanno suggerito di dar corso agli
accertamenti in rettifica da parte degli uffici finanziari,
conformemente a quanto accertato dalla Guardia di Finanza.
Successivamente, invece, sono venuti altri due super
ispettori, Petrecca e Ciampoli, che hanno redatto una
relazione critica sul nostro operato concernente il giro di
fatture false.
Ritengo che ciò abbia bloccato gli eventuali accertamenti in
rettifica da parte degli uffici finanziari, con ovvie
conseguenze favorevoli al Rendo e agli altri, in ordine
all'ammontare delle somme da pagare per beneficiare del
condono fiscale≫.
Anche la testimonianza del Generale Luigi Lamare, comandante della
VII Zona Sicula della Guardia di Finanza, è sulla stessa linea di quelle
dei suoi collaboratori:
≪Ho assunto l’incarico suddetto il 31 gennaio 1983, ma mi
trovavo a Palermo già alla fine di settembre 1982, in quanto
inviatovi dal Comando Generale con funzioni di
coordinamento delle attività di Polizia Anticrimine.

 Non conosco personalmente Mario Rendo, ne mai alcuno ha,
esplicitamente o implicitamente, interceduto presso di me a
suo favore in relazione alle indagini di Polizia Tributaria e
Giudiziaria svolte dal Nucleo Regionale nei confronti delle
imprese del suo gruppo. Debbo dire al riguardo che, come è
ben noto, tali indagini si sono concluse con rapporti penali di
denunzia per associazione per delinquere, in relazione ad un
giro di fatture per operazioni inesistenti dell'ammontare di
miliardi. Peraltro il condono fiscale, intervenuto durante tali
indagini, ha impedito la prosecuzione degli accertamenti
fiscali che si sono conclusi, se mal non ricordo, poche
settimane prima del mio arrivo. Per la precisione, non so dire
se tali accertamenti tributari fossero già conclusi, quando è
intervenuto il condono. 




Mi è capitato di dovermi interessare delle vicende suddette,
quando, il 4-11-1982 sono intervenuti due superispettori del
SECIT (Servizio Centrale Ispettori Tributari), i quali hanno
chiesto, dopo di essere stati a Catania per controllare le
operazioni della polizia Tributaria nelle indagini concernenti
Rendo ed altri, di conferire col Gen. Vitali, allora comandante
della VII Zona. Poiché il Vitali era assente dalla sede, gli
stessi hanno parlato col Col. Pizzuti e, quindi, hanno insistito
per parlare con me, nonostante che io avessi fatto presente
che non avevo, in quel momento, alcuna funzione di comando
e quindi non ero legittimato a prendere alcun provvedimento
e nemmeno a sentire le loro richieste al riguardo. 




Si trattava dei superispettori Petrecca e Ciampoli, i quali,
nell’ufficio del Col. Pizzuti, Comandante del Nucleo Regionale
di P.T. e alla presenza dello stesso, hanno ribadito quanto già
avevano detto al Pizzuti stesso.
Anzi non saprei dire se quanto da essi detto a me era già
stato fatto presente al Col. Pizzuti. I due super ispettori, in
sostanza, hanno avanzato delle riserve sulla concretezza
degli elementi acquisiti dalla Polizia Tributaria nella vicenda
Rendo e hanno chiesto chiarimenti sui rapporti penali di
denunzia già trasmessi all’A.G. per violazioni penali,
accertate a seguito delle indagini esperite dalla Polizia
Tributaria.
Sul primo punto, ho detto ai super ispettori, prendendo atto
dei loro rilievi, che avrebbero fatto bene a formalizzare per
iscritto le loro osservazioni, cui la Guardia di Finanza
avrebbe replicato, adeguandovisi o meno a seconda della loro
fondatezza. Ho fatto presente, poi, che nessuna notizia
poteva essere fornita sui rapporti penali di denunzia, essendo
coperti dal segreto istruttorio. Del contenuto di tale visita ho
disposto che il Col Pizzuti informasse immediatamente il
Comando Generale della Guardia di Finanza Mi risulta che
tale comunicazione è stata data con radiomessaggio di
qualche giorno dopo la visita. Il messaggio è stato inoltrato a
firma del Col. Pizzuti, che in quel periodo, come ho già detto,
comandava interinalmente la VII Zona. Successivamente,
dopo qualche mese, il Comando Generale ci ha fatto
pervenire copia della relazione ispettiva dei due funzionari
del SECIT, copia della quale era già stata trasmessa all'AG.
di Catania su iniziativa del Comitato di coordinamento del
SECIT. 




A seguito di tale relazione ispettiva, giusta
disposizione del Comando Generale, ho preso contatti col
Proc. della Repubblica di Catania e mi sono incontrato, in
quella città, col Procuratore, dott. Costa, e col Sostituto dr.
D'Agata, incaricato della istruttoria Rendo. Se ben ricordo
all'incontro hanno partecipato anche il Col. Ambra,
Comandante della Legione di Messina ed il Ten. Col. Giglio
Comandante del Gruppo di Catania. 




I magistrati suddetti ci
hanno fatto presente che le relazioni del SECIT sarebbero
state prese in esame nel quadro generale del procedimento
penale a carico di Mario Rendo + 64; nessuna direttiva,
pertanto, ci è stata impartita dai magistrati di Catania in quel
momento. Su tali relazioni del SECIT e sulle osservazioni in
esse contenute, ricordo che il Gen. Vitali ha chiesto ai
Comandi di Corpo interessati dettagliati pareri, anche con
riferimento a un esposto presentato dagli imprenditori
catanesi, che aveva determinato l'intervento del SECIT e
successiva relazione ispettiva. Ricordo bene che i pareri
furono trasmessi al Comando Generale, il quale ne dispose
l'invio alla AG. competente e cioè alla Procura della
Repubblica di Catania; adempimento questo che è stato
fatto≫.
Alla luce di queste risultanze, appare chiaro il motivo per cui Mario
Rendo, nei suoi promemoria, insistesse tanto sul trasferimento del Col.
Elio Pizzuti (un ufficiale che, col suo coraggio e la sua professionalità,
fa onore al Corpo della Guardia di Finanza) e ponesse l'accento
sull'esigenza che venisse ≪seguito≫ il gen. Lamare. 




Ed appare altresì
significativa la vicenda dei due superispettori di cui, per altro, è
investita la Magistratura di Catania. 




Se, poi, si vuole capire perché Mario Rendo avesse tanto interesse a
che il dott. Conigliaro lasciasse la carica di Questore di Catania, è
sufficiente leggere il verbale dell'esame testimoniale di quest'ultimo:
≪Sono Questore di Catania dal 21 novembre 1981. Fin dai
primi giorni del mio incarico ho improntato la mia attività alla
dura repressione, il rigoroso rispetto delle mie competenze,
della criminalità organizzata (⋯). Conosco superficialmente il
cav. del lavoro Mario Rendo, che ho incontrato soltanto in
situazioni ufficiali. Non mi sono mai rivolto a lui, né
direttamente, né indirettamente, per ottenere vantaggi di
carriera o utilità di qualsiasi genere. 




Nego fermamente, poi,
di avere aspirato nel passato o aspirare tuttora di venire a
Palermo come Questore o Prefetto. Fra l'altro sono
palermitano e a Palermo ho numerosi parenti, per cui mi
rendo perfettamente conto che per ovvii motivi un mio
trasferimento in questa sede non sarebbe opportuno;
naturalmente, mi riservo di tornare a Palermo una volta
cessato il mio servizio attivo. È falso quindi che io aspirassi
a venire a Palermo ed ancora più falso che aspirassi ad una
promozione; peraltro, dal 16 agosto 1982, ho raggiunto il
grado IV della mia carriera, che è il massimo cui potessi
aspirare e, anche se nominato Prefetto, rimarrei sempre
grado IV. Debbo ritenere, pertanto, che il mio trasferimento
ad altra sede fosse desiderato dal Rendo perché a lui non
gradito. Ignoro i motivi di tale avversione del Rendo nei miei
confronti, anche se li posso intuire. Infatti, nella nota
vicenda concernente il ritiro del passaporto al Rendo e ad
altri imprenditori catanesi coinvolti in un vasto giro di fatture
false e denunziati per violazione della legge sull’IVA e per
associazione per delinquere, sono stato giustamente
inflessibile nell'applicare la legge sui passaporti, che ne
impone il ritiro, salvo nulla osta della Autorità Giudiziaria alla
restituzione. Io stesso, insieme col Com/te del Gruppo CC. di
Catania, Col. Licata e col Com/te del Gruppo G. di F. di
Catania, Col. Giglio, mio recai dal Procuratore Generale di
quella città, dr. Di Cataldo, il quale alla mia richiesta di
parere sulla legittimità del provvedimento di ritiro di
passaporto, si dimostrò piuttosto perplesso, anche se
propendeva per la tesi del ritiro; conseguentemente, di mia
iniziativa chiesi per iscritto alla Procura della Repubblica di
Catania di conoscere se esisteva procedimento penale nei
confronti dei denunziati dalla Guardia di Finanza, al fine di
poter adottare i conseguenziali provvedimenti sul ritiro dei
passaporti. La Procura della Repubblica di Catania mi
rispose che, poiché era in corso il termine previsto dalla
legge sul condono fiscale per il pagamento delle somme
dovute per la definizione automatica delle pendenze
tributarie, non poteva essere emesso alcun provvedimento
restrittivo della libertà personale, per cui non si era in
presenza di delitti per i quali la legge consente remissione di
ordini o mandati di cattura con la conseguenza ulteriore che
non era consentito il ritiro dei passaporti, previsto dall'all.
art. 1 n. 3 lettera C della legge sui passaporti. 




Non
convincendomi tale risposta, feci accertare da miei
dipendenti se nel registro generale della Procura della
Repubblica di Catania i denunziati dalla G. di F. fossero
iscritti come imputati in un procedimento penale. Poiché tale
accertamento diede esito positivo, provvidi immediatamente
ad emettere le ordinanze di ritiro dei passaporti. Dopo
l'esecuzione di tali provvedimenti o meglio, prima della
notifica degli stessi, venne a trovarmi il prof. Delfino
Siracusano, legale di fiducia del Rendo, il quale, dopo aver
detto che si trattava di un atto illegittimo, tentò di
convincermi delle ragioni giuridiche che, a suo avviso, non
consentivano il ritiro dei passaporti nella fattispecie.
Gli esposi i motivi per cui io ritenevo invece giuridicamente
fondata la tesi opposta e mantenni fermi i miei provvedimenti
di ritiro. Nessuna altra reazione ai miei provvedimenti è
giunta alle mie orecchie da parte di Rendo. Ricordo però,
che, all'incirca verso la Pasqua di questo anno, una emittente
televisiva privata di Catania, diffuse la notizia, poi risultata
assolutamente infondata negli ambienti ufficiali, secondo la
quale io ero stato nominato Prefetto di Palermo e il dr.
Luciano Cannarozzo, Questore di Catania.
Quest'ultimo, funzionario capace, è stato a lungo a Catania
dove ha svolto da ultimo e prima di essere nominato
Questore, funzioni di Capo Gabinetto del Questore di Catania.
È una persona molto brillante ed estroversa ed è molto bene
introdotta nei migliori ambienti di Catania. Il Cannarozzo non
ha mai fatto mistero, nemmeno con me, di voler tornare a
Catania, ma non mi risulta che abbia mai svolto pressioni per
farmi allontanare da Catania, rivolgendosi a persone estranee
all'amministrazione. Ovviamente non so se l'abbia fatto o
meno; solo che a me ciò non risulta≫. 




Mario Rendo, a riprova della sua estraneità a rapporti di alcun genere
con ambienti mafiosi, ha particolarmente insistito su due punti: 


a) sul fatto che non ha mai voluto eseguire pubblici appalti a Palermo,
ovviamente a causa degli inevitabili condizionamenti di natura
mafiosa che ne derivano; 


b) sulla inesistenza di rapporti di alcun genere fra le imprese del suo
gruppo e ditte appartenenti o, comunque, controllate da personaggi
in odore di mafia. 




Tali concetti egli esprimeva già in una lettera inviata al prefetto Dalla
Chiesa il 14-8-1982 (il giorno successivo, cioè, a quello in cui il
presidente della Regione, on. Mario D'Acquisto, scriveva al prefetto la
lettera sopra riportata)




Nella missiva il Rendo si diceva amareggiato perché anche le imprese
del suo gruppo erano state coinvolte nei negativi apprezzamenti
espressi da Dalla Chiesa nella nota intervista del 10-8-1982, ed
aggiungeva: ≪non ho mai pensato, né desiderato, come ho
anche più volte dichiarato pubblicamente, lavorare o avere
alcun tipo di interessi nel Palermitano, zona nella quale,
appunto, nessuna mia impresa è stata, ne è presente≫. 




Contrariamente, però, a quanto vigorosamente sostenuto dal Rendo, è
stato accertato, grazie alle incisive ed intelligenti indagini del capitano
dei Carabinieri Angiolo Pellegrini, che la SAEM S.pA., una società del
gruppo Rendo (ne sono soci le mogli di Mario e Ugo Rendo), aveva
stipulato, con la Italcable di Palermo, addirittura in giorno prossimo
alla lettera di cui sopra, e cioè il 10-8-1982, un contratto di appalto
per la realizzazione dell'impianto di illuminazione, forza motrice ed
altro relativo al Centro Operativo Italcable di Palermo, per un importo
di 2,7 miliardi di lire e che il successivo 11-12-1982 (a conclusione di
trattative iniziate nel mese di agosto di quell'anno) la stessa società
aveva stipulato un secondo appalto per la realizzazione degli impianti
termici e di condizionamento dell'Italcable di Palermo per l'importo di
lit. 5.077.421.000.
Quindi, proprio nei giorni in cui Mario Rendo esprimeva stupore ed
amarezza per gli ≪attacchi≫ di Dalla Chiesa e negava di avere
interessi economici di qualsiasi tipo nel palermitano, aveva appena
concluso un affare di 2,7 miliardi e avviato le trattative per un altro
affare di oltre 5 miliardi maturato all'incirca nello stesso periodo in
cui si sono realizzati quelli della GEI-Sicilia di Costanzo, di cui si è
detto.
 




Ai lavori del Centro Operativo Italcable di Palermo risultava
interessata anche una società del gruppo Costanzo, la PROTER S.pA.,
che fornì prefabbricati alla Società Italiana Condotte d'Acqua, cui era
stato affidato l'appalto per la realizzazione del rustico e degli esterni
del Centro Operativo suddetto.
Per quanto attiene, poi, ai rapporti, decisamente esclusi da Mario
Rendo, di imprese del suo gruppo con ambienti mafiosi è da dire che
indagini istruttorie, per altro ancora in corso, hanno accertato che un
impiegato del Rendo, Simola Michele, si serviva di personaggi mafiosi
di notevole spessore per il controllo dei subappalti di movimenti di
terra - quei subappalti che, come ha riaffermato di recente un
coraggioso parlamentare della D.C., l'on. Azzaro, a causa
dell'intervento della mafia aggravano sensibilmente i costi delle
imprese - e ciò ovviamente non nel proprio interesse.
Le indagini prendevano le mosse da quell'appunto del prefetto Dalla
Chiesa in cui si faceva riferimento a certo Cremona.
Il 13-5-1982, i CC. di Enna, portatisi nel parco auto dell'imprenditore
Cremona Giuseppe, sito in quella località ≪Olivo≫, procedevano al
sequestro di sei autocarri di provenienza furtiva, con targhe e numeri
di telaio alterati; altri ne sequestravano in territorio di
Solarino
(Siracusa), dove Cremona stava eseguendo lavori di movimenti terra
per conto di imprese del gruppo Rendo.
Il 19-5-1982, il Procuratore della Repubblica di Siracusa emette
ordine di cattura contro il Cremona, resosi già irreperibile, per
ricettazione continuata aggravata ed altro.
Il giorno successivo, Cordaro Salvina, convivente del Cremona,
denunciava che negli uffici di questo ultimo si era sviluppato un
incendio, distruggendo tutto il carteggio ivi esistente; in seguito, la
donna avrebbe ammesso al P.M. di Siracusa che l'incendio era stato
da lei appiccato per cancellare tracce di eventuali fatture false,
compilate dal convivente nell'interesse dei suoi datori di lavoro.
Il 26-6-1982, il Cremona veniva individuato ed arrestato in
Pietraperzia (Enna) in una villa di proprietà del barone Giovanni
Valenti - definito dai CC. ≪patrizio ambiguo e benefattore della
malavita≫ - il quale veniva parimenti tratto in arresto; nella villa
venivano rinvenuti e sequestrati altri autocarri e macchine operatrici,
ivi nascosti dal Cremona. 




Il nominato Cremona risultava subito gravitare in un ambiente assai
pericoloso; si accertava, infatti, che era in contatto con Maugeri
Nicolò, personaggio implicato nel traffico di stupefacenti con la
famiglia di Rosario Riccobono e con Gaspare Mutolo, nonché affiliato
al clan Santapaola come si è già dimostrato.
Egli, interrogato dal P.M. di Siracusa, ammetteva di avere rilasciato a
favore di diversi imprenditori catanesi, fatture per operazioni
inesistenti dell'importo complessivo di decine di miliardi e forniva
interessanti notizie su personaggi di rilievo della mafia coinvolti nei
subappalti.
Confermava, poi, e puntualizzava tali dichiarazioni ad
ufficiali di p.g. di Palermo ed a questo Ufficio.
Il predetto, in sintesi, riferiva che: 




- Maugeri Nicolò è strettamente legato a Nitto Santapaola e a Filippo
Di Stefano da Favara, che forse è scomparso ma più probabilmente
si è reso irreperibile per timore di essere arrestato; 




- il Di Stefano aveva preteso da esso Cremona, per consentirgli di
proseguire i lavori nel cantiere di Solarino (SR), affìdatigli in
subappalto da Rendo, 300.000.000 di lire, che egli aveva pagato in
parte in contante ed in parte mediante consegna di una autovettura
BMW e di un bulldozer; 




- aveva compilato fatture false per circa 35 miliardi di lire a favore di
imprenditori catanesi, la maggior parte a favore del cav. lav.
Francesco Finocchiaro, in occasione dei lavori per la costruzione
del Palazzo delle Poste di Catania, dietro promessa di altri
subappalti tra cui quello in Comiso, riguardante la realizzazione
della base NATO; 




- una volta aveva incontrato Nitto Santapaola a Catania mentre stava
uscendo dagli uffici di Gaetano Graci; 




- nel 1981, recatosi a Paceco (Trapani) prima di iniziare i lavori di
subappalto per la realizzazione di una diga, affidati alla impresa
CILP dal Gruppo Graci, aveva notato la presenza in cantiere di
Filippo Di Stefano e di Romeo Rosario (braccio destro di Nitto
Santapaola, ucciso, poi, a Catania nel marzo 1982); 




- dopo il suo arresto, i lavori di subappalto nel cantiere di Solarino
erano stati affidati dall'impresa Rendo alla ditta Romano di
Caltanissetta;
- Giuseppe Madonia di Vallelunga, (Salvatore Contorno l'indiche poi
quale mafioso di rango: n.d.r.), in società con Salvatore Polara,
eseguiva in subappalto, i lavori di movimento di terra relativi alla
diga di Gela, affidati in appalto alla ditta Girola di Milano, e i
trasporti di inerti da Catania al porto di Licata, per conto della IRA
Costruzioni (un'impresa del gruppo Graci); 




- un cognato di Giuseppe Madonia, Tusa Salvatore, è amministratore
di un'azienda agricola di Gaetano Graci, sita in territorio di Aidone
(Enna) di cui in precedenza era amministratore il defunto genitore
del Madonia Francesco. 




Queste dichiarazioni hanno trovato sostanziali riscontri.
A parte il rinvenimento della BMW, di cui ha parlato il Cremona, in una
autorimessa di Favara nella disponibilità di Filippo Di Stefano, è stato
accertato dalla Guardia di Finanza di Agrigento che Giuseppe Cremona
aveva emesso fatture per operazioni inesistenti per un importo
complessivo di lit. 38.545.061.815, tra cui: 




- lit. 2.302.297.798 a favore della S.pA. Rendo Mario; 



- lit. 6.808.000 a favore della soc. Rendo Ugo e IRA (Graci); 



- lit. 25.343.903.108 a favore dell'impresa Finocchiaro Francesco; 



- lit. 1.060.743.330 a favore dell'impresa Graci Gaetano; 



- lit. 8.275.798.193 a favore della IRA Costruzioni; 



- lit. 954.748.193 a favore della CILP S.pA. (gruppo Graci). 



Circa, poi, la presenza, di Filippo Di Stefano e Romeo Rosario nei
cantieri del Graci a Paceco, giova ricordare quanto ha riferito il
maresciallo Paternò, e cioè che il Santapaola, quando era stato
arrestato il 13-8-1980 a Campobello di Mazara con Romeo Rosario,
Magion Francesco ed Agate Mariano, si trovava in quella zona per
incontrarsi con la mafia locale allo scopo di tentare di comporre una
questione inerente ad un tentativo di estorsione in atto contro
l'impresa Graci, che in quel periodo stava eseguendo lavori a Paceco.
Ed ancora, le indagini condotte dal G.I. di Caltanissetta su diversi
omicidi, commessi, soprattutto, in territorio di Gela, hanno accertato
l'esistenza di un vero e proprio ≪racket≫ dei subappalti di opere
pubbliche, gestito da Madonia Giuseppe e dal suo socio, Polara
Salvatore, cui sono da collegare molti di quegli omicidi.
In proposito, Coccomini Luigi, fratello dell'ucciso Coccomini Calogero
ed arrestato a seguito di una sparatoria con Polara Rocco, ha
dichiarato: ≪I piccoli imprenditori come me ed i miei fratelli
non hanno mai avuto quel minimo spazio entro cui muoversi,
appena bastevole per il sostentamento delle nostre famiglie. 




Non solo, ma quando ciò si è verifìcato, non sono mancate le
intimidazioni e le pressioni dirette a toglierci quanto
faticosamente avevamo ottenuto. Tanto io che i miei fratelli
non ci siamo mai voluti piegare a questo sistema imposto da
gente molto solida finanziariamente e ben collegata ad altra
gente altrettanto potente. Non ho dubbi, anche se tuttavia mi
è impossibile provarlo, che in tale contesto sia avvenuta
l'uccisione di mio fratello≫.
≪La ditta PO.MA ha la propria sede in Gela, so che è
costituita da Polara e da Madonia ma non so se della stessa
facciano parte altre persone. Tale ditta è quella che riesce
ad avere quasi tutti gli appalti del movimento terra; ditta che,
a sua volta, ridistribuisce tali lavori a persone di suo
piacimento ed alla stessa collegate, tagliando fuori quelle
persone che hanno in animo di lavorare autonomamente e che
non intendono osservare le condizioni di lavoro imposte≫.
Ma le conferme più importanti alle dichiarazioni del Cremona sono
venute dalle intercettazioni telefoniche disposte dal Procuratore della
Repubblica di Siracusa sull'utenza catanese in uso a Nicolò Maugeri. 




Della personalità di Nicola Maugeri e della sua appartenenza al clan di
Nitto Santapaola si è già parlato.
Qui giova rilevare che, a seguito del suo arresto (avvenuto il 27-5-
1983 dopo quasi un anno di latitanza) sono stati rinvenuti nel suo
ufficio: 




- una rubrica telefonica, in cui erano annotate, fra le altre, le utenze
Ercolano Avimec e Viaggi Avimec (società cui sono interessati
Santapaola Grazia, sorella di Nitto ed il marito, Ercolano Giuseppe)
e quelle di Giuseppe Madonia e di Rocco Polara (fratello di
Salvatore Polara, quest'ultimo socio del Madonia); 




- documentazione varia da cui emerge che il Maugeri ha intrattenuto
rapporti con numerose imprese del gruppo Rendo (SAEM S.pA.,
Impresa Rendo S.p.a., Rendo cav. del lavoro S.p.a., MEC S.p.a.,
Immobiliare Siciliana S.p.a., COSEOS S.p.a.). 




Sono stati inoltre rinvenuti nella sua autorimessa (si noti che fino
qualche anno prima egli non viveva certo nell'agiatezza, tant'è che,
l'11-4-1975, era stato arrestato a Novara per tentato furto in una
gioielleria; nel marzo 1978, era stato arrestato per tentato furto e, nel
1980, era stato ancora tratto in arresto, perché trovato in possesso di
arnesi atti allo scasso) numerosi veicoli e precisamente:
1) una Citroen targata CT 394422, a lui intestata; 


2) una Land Rover blindata, targata SR 205518, a lui intestata; 

3) un furgone Fiat 242/18A, targato CT 421205, intestato al padre,
Maugeri Giovanni; 


4) una Jaguar 4200, targata MI/99837M, intestata alla moglie,
Finocchiaro Anna; 


5) una Opel Rekord, targata SR 210815, a lui intestata; 

6) una Fiat 126, targata CT 416020, intestata a Patanè Carmelo;
all'interno della stessa, però, veniva rinvenuta un'attestazione della
PAMCAR del 26-1-1981, del passaggio di proprietà del veicolo al
Maugeri; 


7) un furgone targato CT 314029, intestato a terzi. 



Il Maugeri, dunque, il 5-7-1982, riceveva una telefonata da Filippo Di
Stefano che mostrava di conoscere bene membri del clan Santapaola: 




≪Di Stefano: Dimmi una cosa; ti senti con Pippo tu? Con
l'altro Pippo?
Maugeri: Con Pippo chi?
Di Stefano: Con ≪Cavadduzzu≫ 




Maugeri: momentaneamente siamo un po'...
(incomprensibile), Filippo
Di Stefano: Se ti dovresti sentire, riferisci che io gli ho
telefonato e che qel discorso tutto a posto. Come è Franco? 




Maugeri: meglio, a casa è≫. 



Il Franco cui i due fanno riferimento è Francesco Ferrera, fratello di
Giuseppe, che aveva subito un grave attentato il 15-6-1982,
verosimilmente ad opera di membri del clan Ferlito. 




Il 30-6-1982 Maugeri parlava al telefono con Giuseppe Madonia di
Nitto Santapaola in termini amichevoli. Infatti al Madonia che gli
chiedeva del ≪Cacciatore≫, rispondeva: ≪tutti bene, ieri siamo
stati assieme≫.
Il ≪Cacciatore≫ è proprio Nitto Santapaola, come si trae dalle
telefonate fra Carmelo Colletti ed Antonio Ferro, riportate nel capitolo
riguardante l'omicidio di Alfìo Ferlito: ma il Maugeri, interrogato al
riguardo, ha dichiarato di non ricordare chi si celasse dietro quello
pseudonimo.
L'appartenenza, sia di Maugeri sia di Madonia, a Cosa Nostra si
deduce anche dalle telefonate tra i due dell'1-7-1982 e del 2-7-1982. 




Nelle stesse, in relazione ad un credito vantato da Nicola Maugeri nei
confronti del ≪cagnolazzu≫ di Salemi (Angelo Salvatore, figlio
naturale del noto Salvatore Zizzo ed in atto imputato di traffico di
stupefacenti), il primo chiedeva al Madonia a chi avrebbe potuto
rivolgersi in quella zona, ed il Madonia rispondeva che avrebbe preso
gli opportuni contatti con ≪u zu' Nardo≫ di Gibellina e, cioè, Ragona
Leonardo, noto esponente mafioso di quel centro.
La qualità di mafioso del Maugeri (e la consapevolezza di tale sua
qualità da parte di Michele Simola) viene confermata dalla telefonata
tra i due del 17-7-1982 in cui il Simola comunica al Maugeri di avere
subito il furto dell'autovettura, una Renault 14 targata CT 502125
(intestata alla S.n.c. Impresa di costruzioni Rendo cav. del lavoro
Mario: n.d.r.) ed il secondo risponde che si sarebbe adoperato per
recuperare il veicolo. 




E perfino ovvio che soltanto chi è ≪influente≫
nell'ambito della malavita può ottenere la restituzione di refurtiva e
tutto questo il Simola, rivolgendosi al Maugeri, lo sapeva,
evidentemente, molto bene.
Infine, va fatto cenno ad un'altra telefonata del 24-7-1982, fra
Maugeri Nicolò e Puglisi Pietro. 




La telefonata è del seguente tenore:
≪Maugeri: Ieri sera con tuo suocero e con Nitto abbiamo
parlato del professore Marziano. 




Piero: Ah, sì;
Maugeri: Il nome dei ragazzi; 




Piero: Sono tre;
Maugeri: Il nome;
Piero: Salamone Salvatore, Santangelo Alfio e Pellegrino
Gaetano...≫.
Il suocero di Puglisi Pietro, cui si fa cenno nella telefonata, è
Pulvirenti Giuseppe, inteso ≪Pippu u Malpassatu≫, indicato, nel
rapporto dei CC. di Catania del 30-6-1982, come uno dei più
pericolosi killer di Nitto Santapaola. 




La telefonata conferma, quindi, i rapporti del Santapaola con il
Pulvirenti, oltre che, beninteso, con Nicola Maugeri.
Quanto al contenuto della telefonata, si precisa che le tre persone
indicate dal Puglisi sono Salamene Salvatore, Santangelo Alfio e
Pellegriti Agatino arrestati il 29-4-1982 per rapina e sequestro di
persona, mentre il prof. Marziano è il medico-legale Marziano Eraldo,
che era stato incaricato di eseguire una perizia dattiloscopica nel
procedimento penale contro i suddetti imputati.
E’ chiarissima, dal tenore della telefonata, l'intenzione del clan
Santapaola di avvicinare il perito, anche se, come ha dichiarato il prof.
Marziano, ciò non è avvenuto. 




L’esposizione che precede valsa a focalizzare le figure di Nicolò
Maugeri, Giuseppe Madonia, Salvatore Polara e Filippo Di Stefano, di
personaggi, cioè, individuati attraverso le indagini scaturite dalle
dichiarazioni di Giuseppe Cremona.
Costoro sono stati i protagonisti della vicenda relativa all'attribuzione,
dopo l’arresto del Cremona, del subappalto per i movimenti di terra
relativi ai lavori di costruzione del serbatoio inferiore dell'impianto
idroelettrico di Solarino (Siracusa). 




Sono significative al riguardo le telefonate di Madonna, di Di Stefano e
- soprattutto - di Michele Simola, impiegato, con qualifica di dirigente,
delle imprese del gruppo Rendo ed addetto alla organizzazione dei
cantieri. intercettate sull'utenza di Nicolo Maugeri. 




La prima telefonata tra Maugeri e Simola e del 30-6-1982, ore 13,06: 



≪Simola: com'è finita, ne hai notizie? 



Nicola: no, in questo momento no, dovevo telefonare ora
all’una e vedere se trovo Piddu. 




Simola: io lo sto chiamando a Piddu, perché il cantiere e
stato fermato, hanno fatto sciopero gli autisti di Cremona,
hanno fatto il picchettaggio, hanno fermato tutte le nostre
macchine, le macchine di Romano e tutto. Ora a questo punto
l'impresa non mi guarda in faccia. Quindi questa sera partirà
il telegramma e non so a chi lo faranno in quanto quello è
dentro... intanto partirà un telegramma all'indirizzo di
Cremona ... giusto. 




Nicola: ah, ah. 



Simola: Questa cosa non può finire in questo modo. Perché
questi si fermano fino a quando? Vogliono soldi e si vede che
lui gli deve soldi a questi operai. Ho letto sul giornale che
quei soldi che gli abbiamo dato noi glieli hanno sequestrati...
66.000.000, questo i soldi come glieli manda? Se ce li ha
sequestrati. 




Nicola: è un cosa cornuta, cosa va cercando? 



Simola: a questo punto me lo devi dire chiaro se lo devo
sostenere o devo mollarlo. 




Nicola: a questo punto può mollarlo definitivamente. 



Simola: okay, faccio la mia strada io! Ora io ci dico a Piddu...
la stessa discussione: amico mio noi non possiamo tenere un
personaggio inesistente, perché come è presa lì dentro,
chissà quando esce, perché il Magistrato ha il dente
avvelenato perché ieri è andato Siracusano e c'è voluto una
memoria ... tè lo ha detto che noi siamo stati accusati di
connivenza con lui? 




Nicola: ah, ah. 



 Simola: (...incomprensibile) ... ha presentato una memoria per
dire che noi neanche lo conoscevamo, ed in effetti neanche
lo conoscevamo e il
Magistrato gli ha detto che è una cosa fitusa, una cosa che
non serve, ne ha dette un carretto contro Cremona, quindi
chissà quanto se lo tengono dentro. 




Nicola: se lo possono tenere quanto vogliono, non mi
interessa, mi deve credere. 




Simola: ora qual'è il discorso, che farà l'impresa? risolleverà
il contratto, ci manderà un contratto che se entro 48 ore non
riprende a lavorare... chi riprende a lavorare se non c'è
nessuno? Quindi risolleverà il contratto. A questo punto
bisogna sentire il fornitore nuovo. Ecco il tuo intervento con
Piddu quale deve essere.
Nicola: ora io sto telefonando quanto mi sento con lui. 




Simola: il fornitore nuovo per Piddu sarà Romano perché già
lo ha mandato da noi. Romano ha fatto un'offerta
evidentemente molto alta, rispetto a quella che era in passato
che ha fatto 1200 lire (tieniti per tè questa notizia che
ancora non la sa nessuno). 




Nicola: logico! 



Simola: feci un'offerta di 1200 lire e il prezzo si deve
discutere. Però nei rapporti con Cremona, se Piddu molla e
non rompe i coglioni, noi possiamo marciare perché io ci
metto a Romano e a Maugeri. Vi parlate tutti e tre e dici a
Piddu: ≪devo entrare io, tu e loro ed entriamo lì dentro. Se
invece Piddu fa al solito suo, questa cosa non lo so come
finisce. 



Nicola: ora la sistemiamo questa cosa! Non abbiamo più da
correre ne dietro a Piddu ne dietro a nessuno. Mio compare
se sosteneva a uno buono io mi ≪sciarriavu≫ il primo di tutti. 


Simola: ammesso questa che non dovevano entrarci! 



Nicola: siccome sta sostenendo ad uno che è un pezzo di
stronzo a me non interessa; 




Simola: che ora... non lo so a questo che cosa ci uscirà dalla
bocca, mentre è lì dentro. 




Nicola: a me non mi interessa per Cremona, l'ho sostenuto
troppo assai. 


Simola: tu sai che lì è un poco zona tua, zona nostra, etc.
etc.. Io ho sostenuto Cremona perché me lo avete detto
sempre voi e tu sai la mia simpatia che ho verso questo.
Nicola: lo so, non ne parliamo. 



Simola: ho cambiato opinione perché eravate tutti voi. 



Nicola: abbiamo fatto un poco il gioco degli ≪amici≫. 


Simola: ormai la cosa è insostenibile, a questo punto che
Piddu parli chiaro: tu fai questa riunione con Piddu, ma non
posso muovermi da Catania in quanto mi hanno investito la
macchina e sono con l'autista che mi viene a prendere e
lasciare. Però io ho bisogno dì notizie urgenti! 



Nicola: sì, sì queste sono discussioni che facciamo. 


Simola: (incomprensibile) ... faremo un telegramma questa
sera per sospendere i lavori.




Nicola: d’accordo entro questa sera ci sentiamo perché io ora
con Piddu mi sento. 




Simola: però sentiamoci perché io alle otto ho riunione con i
penali con “u zu' Pietro”. “u zu’ Pietro” ieri sera lo abbiamo
trattenuto un poco perché aspettavo la tua telefonata e gli ho
detto: ≪vedi che io aspetto la telefonata di Nicola≫; allora
dice: ≪per questa sera prendiamo tempo≫; ed abbiamo preso
tempo perché loro si sono fermati già da ieri. 




Nicola: ora definiamo questa situazione una volta per tutte e
ci togliamo il pensiero. 




Simola: quindi i termini tecnici sono questi: questo esce e
deve venire un altro fornitore. Piddu sta portando a Romano
ed è già arrivato perché è venuto ieri. 




Nicola: va bne! 



Simola: a interessa che tu entri per tanti motivi, a questo
punto fate una riunione tra voi tre, si lima il prezzo che ha
fatto Romano, mi dite le vostre intenzioni ed io posso
battagliare. 




Nicola: d'accordo. 



Simola: perché io fino a questa sera mi sto zitto se non c’è la
tua telefonata. 




Nicola: d'accordo! D'accordo! Ora io ci ho un appuntamento
qua che devo telefonare a Polara il socio di Piddu, nel mentre
telefono a lui. 




Simola: a proposito di Polara, digli a Piddu quest’altra storia:
lui ha fatto ichiesta del fiume Cimia ed ha fatto l’offerta. Ora
cosa si deve fare, dobbiamo farlo questo fiume o no? H fatto
l’offerta ed è morta, non si è fatto più sentire. 




Nicola: ora ci telefono e gli dico che viene. 



Simola: Gli dici: mi disse Simola il Cimia aspetta a tè e se lui
non può scendere peri suoi motivi manda a Polara da
Marina e fa l’offerta per lì.
Nicola: d'accordo va bene.
Simola: e tu definisciti Solarino, però questa sera prima delle
otto devo sapere notizie. 




Nicola: entro questa sera ci sentiamo noi. 



Simola: perché alle otto ho riunione!
Nicola: d'accordo. 




Simola: ciao Nicola. 



Ncila: arrivederci≫. 



La telefonata, abbastanza eloquente, evidenzia che Cremona aveva
ottenuto il subappalto di Solarino perché cosi era stato voluto da
≪Piddu≫ (Giuseppe Madonna) e da Nicolò Maugeri e che, per la
sostituzione di detto Cremona, il Madonia aveva scelto l'impresa
Romano, il cui titolare si era già presentato negli uffici di Rendo;
Simola, comunque, avrebbe voluto che, in tutto o in parte,
subentrasse anche il Maugeri. 




Subito dopo questa telefonata Maugeri cercava invano di porsi in
contatto telefonico con Giuseppe Madonia, il quale a sua volta lo
chiamava alle 13,29. 




≪Maugeri: Per quanto riguarda Cremona vediamo quello che
dobbiamo fare perché il cantiere è fermo, il lavoro glielo
stanno togliendo, lui è ancora ad Agrigento, è un cornuto e
sbirro ed io intenzione di difenderlo non ne ho, anzi ci voglio
rompere le corna; 




Uomo: ma perché, cosa ha fatto? 



Maugeri: compare, è sbirro! Ci ha fatto la chiamata a quel
poverello che è latitante. Poi ha fatto attaccare il barone
Valenti e lui si è incontrato con il Maresciallo di Agrigento; 




Uomo: perché si è incontrato? 



Maugeri: è un cornuto e sbirro; 



Uomo: dove si sono incontrati? 



Maugeri: si sono incontrati nella tenuta del barone e poi sono
venute le guardie. Io lo so che è andata così, poi al barone
gli hanno trovato altri camion ed il barone Valenti è in
galera; 




Uomo: a lui lo hanno interrogato? 



Maugeri: a chi? 



Uomo: a Peppe; 



Maugeri: no, lo devono interrogare e lo devono portare a
Siracusa. Ora io me ne sono andato da Angelo D'Amico,
Angelo...: fai morire in galera chiunque, ma devi fare uscire il
barone Valenti, il mezzadro e l'autista, per quanto riguarda
Principe e Cremona dice: ora vediamo quello che si può fare;
puoi farlo morire in galera a me non interessa...; 




Uomo: compare, invece, lo devi seguire per vedere cosa
racconta; 




Maugeri: compare ti sto dicendo che è un cornuto e sbirro; 



Uomo: fino a che esce lo devi aiutare; 



Maugeri: compare ci dici a questa cosa cornuta che non va a
dire in giro che è socio con te; 




Uomo: chi? 



Maugeri: Cremona! L'altro giorno con certi amici ho avuto
certe discussioni pesanti e sono arrivato al punto che è socio
con mio compare e basta; 




Uomo: a chi lo ha detto? 



Maugeri: compare, al telefono tu mi fai... ora io ho parlato
con Simola e lui vuole fare in modo che quel lavoro di darlo a
me e a Romano. Mi ha chiesto cosa dovevo fare con Cremona
e gli ho detto che non mi interessa più perché è uno sbirro ...
Quell'altro cornuto e sbirro di ragioniere si è messo a fare
dichiarazioni che Cremona ha fatto fatture fasulle, fatture di
favore, è un cornuto Cremona, il ragioniere e tutti quanti,
quindi, non mi dire di mettere buone parole per questo che ho
già fatto troppo≫. 




È da notare, in questa telefonata, che Maugeri non faceva presente al
≪compare≫ Giuseppe Madonia di essere a conoscenza che quest’ultimo
aveva già designato Romano per sostituire Cremona, ma si limitava ad
esternargli sua volontà di subentrare al Cremona. 




Il giorno successivo, 1-7-1982, Nicola Maugen parlava a lungo per
telefono con Silvana Cordare, convivente di Giuseppe Cremona, alla
quale ribadiva la sua volontà di subentrare, almeno in parte, a
quest’ultimo (≪se il lavoro se lo prende Romano, metà io lo
voglio≫: quindi telefonava di nuovo a Giuseppe Madonia:




≪M: Mi ha telefonato Silvana e abbiamo avuto la discussione
del lavoro. Dico: sentite questo lavoro ve lo stanno togliendo.
Dice: sa la questione dei soldi... seccature... Dico: si ma ve
lo stanno togliendo Ora io volevo fare una cosa e l'ho detto a
Silvana: me ne vado da Rendo, il lavoro me lo prendo a nome
mio, mi faccio aumentare il prezzo, il lavoro lo fanno sempre
loro, però di fatturarlo lo fatturo io, in modo da evitare tutto
questo casino con Rendo, diversamente gli tolgono il lavoro
compare! 




P: Compare se glielo vogliono togliere che lo facciano, lei
cosa ti ha detto. 




M: Lei ha detto che voleva parlare con Piddu... gli ho detto:
parli con mio compare. 




P: Lei ha telefonato ieri sera e mi disse: ho l'appuntamento
con Nicola. gli ho detto: vada da Nicola e veda cosa gli dice
lui, perché meglio consiglio di lì non può andare. Mi ha detto
che doveva venire. 




M: Esatto! Compare io ti ripeto a dire... che so... oggi,
domani le persone ci mangerebbero la faccia solo per questo.
Perché ci sputerei in faccia, perché Peppe Cremona si merita
solo di essere sputato in faccia≫.
In questa telefonata, quindi, Maugeri, nel tentativo di entrare
nell’affare prospettava a Madonia un'altra soluzione e, cioè, di
assumere il subappalto al posto del Cremona, ma solo formalmente;
ma il Madonia lasciava cadere il discorso. È ben evidente che aveva
già fatto le sue scelte, ed infatti quello stesso giorno (1-7-1982),
l'impresa Romano firmava il contratto di subappalto con Rendo,
sostituendosi al Cremona.

Il 2-7-1982, alle ore 19.00 Simona telefonava nuovamente a Maugeri:
≪Nicola: principale, sabenerica!
Simola: Sabenerica a vossia. Dico ciò, come posso io trattare
con fantasmi.
Nicola: non cominciamo ah.
Simola: Per forza, perché quando io le cose le faccio per
telefono e la gente non mi guarda in faccia, poi combina il
cazzo che vuole. Il signor Piddu, che non mi vede in faccia,
fa il cazzo che vuole. Tu sei dove sei e queste cose stanno
andando a rotoli. 




Nicola: Non ho capito. 



Simola: Ora ve lo spiego in termini italiani, io avevo detto di
cercare di⋯ (incomprensibile)... Questo lavoro è vero? 




Nicola: Si.
Simola: Telefona a Piddu e io gli faccio: ha parlato con 




Nicola? Si, no, no, si. Dico: ma cosa dovete fare? Dice:
questo lavoro se lo fa Romano.
Nicola:No, no. 




Simola: Aspetta fammi finire. Perché se lo deve fare Romano?
Dice: la situazione come è combinata se lo fa Romano anche
perché a quell'altro non ci si può dare un calcio nel culo. Va
bene dico: noi non è che ci vogliamo dare una pedata nel
culo, solo che ho bisogno di una facciata più pulita perché
qui le cose si sono messe un poco male. Dice: va bene ma se
lo fa Romano e ... Dico: e Nicola cosa fa? Dice: va be'
, poi
vediamo Nicola si fa un'altra cosa ecc.. Dico: io non sono
tanto d'accordo. 




Nicola: Io volevo dire una cosa. La discussione che abbiamo
fatto noi è valida perché a Romano si ci può dare una parte
di lavoro e una parte me la prendo io. 




Simola: Però ci dobbiamo riunire tutti e quattro, io, tu.
Romano e Piddu, ci riuniamo intorno ad un tavolo, ci
guardiamo in faccia tutti e quattro, dobbiamo stabilire le cose
come stanno, non ci dimentichiamo che quello che in questo
momento è al fresco io non ci posso dare una pedata nel culo
dopo tutto quello che ha patito e ha speso in questo minuto
non mi sento. 




Nicola: Non è neanche giusto. 



 Simola: Per cui io desidero questa riunione perché...
(incomprensibile)... comunque li dobbiamo fare lavorare e si
vede come. Si stabilisce un prezzo, non come quello che è
venuto a fare ieri il signor Romano, perché a questo punto fa
capire che vuole fare discussioni e così si porta a
compimento, ma subito. Perché il cantiere è fermo qua si
stanno incominciando ad incazzarsi, non sanno che pesce
prendere è tutto un discorso che si sta muovendo e non mi
piace. Ora se noi martedì ci potremmo vedere, magari da
Piddu. 




Nicola: Io questa sera stessa parlo con Piddu un'altra volta. 



Simola: Un appuntamento, tu stesso per martedì e salgo pure
io.
Nicola: Io questa sera stessa parlo con Piddu. 




Simola: Nicola, forse tu a Piddu lo conosci meglio di me,
queste cose le dobbiamo fare noi tutti e quattro. Io faccio il
pubblico auditorium e dò le mie proposte. Perché ora dobbiamo
scendere nei particolari della situazione: si deve scrivere
come si deve inquadrare questa cosa anche perché io ho
preparato il discorso lì dentro. Tu ne esci e te ne fui. 




Nicola: Ma quale me ne esco e me ne scappo. 



Simola: Stiamo perdendo soldi e capitali io non so come te lo
debbo dire.
Nicola: Io sono senza una lira. 




Simola: E va bene io.⋯ 



Nicola: Perciò me ne devo andare a lavorare. 



Simola: Nicola, mi pare che noi abbiamo simpatizzato subito,
ci siamo ritrovati subito. Io voglio portarti avanti. 




Nicola: Io questa sera gli telefono a lei. 



Simola: Ho avuto anche degli appoggi qui dentro, però se io
ci racconto fumo⋯. 




Nicola: Lo capisco perfettamente. 



Simola: Anche perché ora il cantiere è fermo da 3 giorni. Ieri
quello è venuto ed ha portato un prezzo 1350. Certo non è
che io posso dire che a 1350 lire gli posso dare il lavoro,
perché si devono capire tante altre cose. Perché arriva
quello che è in galera ed ha l'autorizzazione a venirmi a
sparare in fronte. Vero è? 




Nicola: Comunque ora la definiamo. 



Simola: Ora io desidero martedì, non ti dico lunedì perché qui
c'è sempre il casino, ma martedì mattina tu puoi fissare
l'appuntamento. Io vengo a Caltanissetta. 




Nicola: Noi questa sera per telefono ci sentiamo, io telefono
a lei dopo aver parlato con Piddu. 




Simola: ...(incomprensibile)... geometra Simola, dove ci
vediamo per discutere questo discorso e chiuderlo, che poi
noi facciamo l'accordo ≪giuriamo≫ e poi scendo qua e... così
deve essere la cosa. 




Nicola: Va bene. 



Simola: D'accordo. 



Nicola: D'accordissimo. 



Simola: Però non ti perdere Nicola. 



Nicola: Dovevo telefonare questa sera≫.
Da questa telefonata si arguisce che Madonia voleva far subentrare
nel subappalto di Cremona l'impresa Romano, perché in tal modo
l'attività poteva essere proseguita, di fatto, dal Cremona, che egli
continuava ad appoggiare, nonostante tutti i tentativi del Maugeri per
porlo in cattiva luce.
Poco dopo, alle ore 19,20 del 2-7-1982, Nicola Maugeri telefonava
nuovamente a Giuseppe Madonia, ma non riusciva a farlo recedere
dalle sue posizioni. 




≪Maugeri: Bene, senti compare, ho parlato proprio ora con
Simola. Tu hai parlato con lui per il fatto del lavoro? 




P: Ha telefonato lui sì. 



M: E che hai detto che lo deve fare Romano questo lavoro? 



P: No, io no gli ho detto niente. Lui dice: che dobbiamo farlo
fare a Romano? Dico: Romano al prezzo che dite voi non ve
lo viene a fare. Calì ha detto che fa l'invito e si farà fare i
prezzi di tutti, quindi Romano gli ha detto di farsi fare i
prezzi e se glielo fanno meno di 1200. Viene Simola e dice:
chi minghia glielo deve fare di meno e sono rimasto così. 




M: Senti compare, a me la metà di questo lavoro m'interessa. 



P: Ma prenditelo pure tutto. 



M: No, non mi interessa metà di questo lavoro. 



P: Domani non ci viene a 850 lire. 



M: Quale 850 lire, chi glielo fa? Non parliamo che io ci
faccio il lavoro a 850. 




P: E allora?
M: abbiamo parlato di aggiustare il prezzo, ma non di 850. 




P: E allora faglielo aggiustare. 



M: Ora aggiustiamo il prezzo e vediamo come la sistemiamo.
Senti una cosa, il prezzo lo possiamo sistemare. 




P: E come? 



M: Martedì mattino non ci possiamo vedere lì? Faccio
scendere a Simola. 




P: Martedì non ci sono compare dobbiamo fare per giovedì. 



M: Giovedì? 



P; Sì.
M: Eventualmente Romano dov'è? 




P: A Caltanissetta. 



M: Eventualmente telefono a Romano, ci vediamo e
aggiustiamo questa cosa. Perché a questo punto mi interessa
per una cosa mia. Silvana doveva venire ma non è venuta, si
fa togliere la faccia questa altra. 




P: Ti ha telefonato? 



M: Ha telefonato ieri che questa sera dovrebbe venire e non
è venuta. 




P: Sarà a Siracusa. 



M: Ma io non la cerco più, la cercavo per i suoi interessi,
non per i miei. 




P: L'avvocato lo hai sentito. 



M: Ad Angelo D'Amico? 



P: Eh. 



M: No; ora gli telefono, fra poco. 



P: Telefona e vedi se sa qualche notizia. 



M: A me per il barone mi interessa. 



P: Sì, ma notizia per vedere che dice e che non dice, questo
mi interessa sapere. 




M: Che dice? Compare se ti dico quello che dice il giudice. 



P: Che dice? 



M: Il giudice ha denunziato per connivenza a Rendo. Come se
Rendo lo sapeva per queste macchine. 




P: E pare che lo sapeva lui. 



 M: Infatti, quando poi è venuto Rendo ha mandato l'avvocato
dal giudice e il giudice sai cosa gli ha risposto? Dice: è una
cosa cornuta che non ce n’è, io lo so dice, sta implicando un
mare di gente, sta facendo nomi a ≪coppola di zu Vincenzo≫,
perché? Perché è un cornuto e non si fa accollare tutte le
cose lui e quindi sta facendo in modo da creare un casino. 




P: Comunque vedi di sapere cosa dice. 



M: Ora gli dici di non andare in giro a raccontare che è socio
con te perché vedi che questo ti tira in mezzo perché è socio
con te. 




P: Ma che minghia.⋯ 



M: In'altra volta compare, perché sai così.⋯ 



P: La verità che non ci sono, chi minghia lo conosce. 



M: La verità che io devo sentire tutte queste cose, l'altro
giorno ero a Siracusa con altri amici e giustamente gli
volevano rompere le corna, ma poi dice: il fatto che c'è Piddu
che è socio con questo qua. Dico: un momento! Piddu non è
socio con questo qua. 




P: E questi dicono minghiate dalla mattina alla sera. 



M: Compare lo dice lui. 



P: Lui può dire il cornuto che è. 



M: Io come lo acchiappo, per davvero gli dò due pedate nella
pancia. 




P: Comunque vedi che dice e poi mi fai sapere qualche cosa. 



M: Quando ci sentiamo domani? 



P: Va bene≫.
In questa telefonata è da notare anche il sottile tentativo di Maugeri di
insinuare, come se lo avessero detto altri, che l'appoggio ad oltranza
di Madonia in favore del Cremona fosse dovuto ai loro rapporti
societari.
Alle 19,30 del 2-7-1982, subito dopo aver parlato col Madonia,
Maugeri telefonava a Simola: 




≪Nicola: Io ho parlato con Piddu e dice: sì il lavoro a Romano
va bene ma se interessa a te lo puoi prendere tutto. Ora a
parte il fatto che mi interessa, il discorso è uno, infatti dice:
a 850 non si può andare a lavorare. No dico: a 850 non ne
dobbiamo parlare però il prezzo si può sistemare. Allora lui
dice: sistema il prezzo e poi si chiama a Romano, se si vuole
chiamare, se non si vuole chiamare e interessa a te, te lo
prendi tu. Ora noi questo prezzo non possiamo aggiustarlo? 




Simola: Sì, martedì ci vediamo... per telefono.⋯ 



Nicola: Lui martedì non c'è, se ne parla giovedì. Ora io
dicevo un'altra cosa, vediamoci. 




Simola: Nicola, ci deve essere la sua presenza. 



Nicola: Chi? 



Simola: Tuo compare, ascolta a me che sono vecchio e ho i
capelli bianchi.




Nicola: Ci deve essere Piddu? 



Simola: Sissignore, lui gioca in questa situazione perché lui a
te ti dice, a me non mi interessa e te lo puoi fare tutto tu
ecc.; mentre quello gli dice: vai là e facci questo prezzo, hai
capito? 




Nicola: Simola mi scusi, Piddu è mio compare e soprattutto
un mio carissimo amico prima di ogni cosa. 




Simola: Bravo! 



Nicola: E’ un caro amico mio, lo voglio bene e c'è poco da
discutere, però siccome qua si parla di lavoro e se mio
compare viene e mi dice: mi interessa a me, allora io faccio
finta che interessa a me e non ci faccio avvicinare a
nessuno. Mi bisticcio con chiunque. Però siccome questo
lavoro a lui non interessa e di conseguenza non interessa
neanche a Romano, è una cosa che interessa a me
personalmente. Quindi questa discussione con Piddu, con
Romano e con quell'altro non la faccio. Il discorso che avevo
fatto con la signora, perché purtroppo nella famiglia di
Cremona sono tutti scemi. Dico: signora eventualmente io
per questo lavoro faccio in modo così e così... mi da un poco
di macchine e le fa lavorare per me. Dice: devo parlare con
Piddu, ma non ha parlato con nessuno, Piddu gli disse vada a
parlare con Nicola e quello che gli dice Nicola fa. Ora questa
doveva venire oggi e non è venuta, io non la cerco, per me
può fare la muffa che non mi interessa. Ora a me il lavoro mi
interessa. 




Simola: Che organizzazione ci metti? 



Nicola: Che organizzazione ci metto? Mi vado a comprare i
camion e mi tolgo il pensiero. Non è che ci vuole 30 anni. 




Simola: Noi quando ci possiamo vedere, giovedì?
Nicola: Con Piddu?
Simola: Sì. 




Nicola: Con Piddu giovedì se ne parla. 



Simola: Ora io ne parlo con... (incomprensibile)... vedo la
situazione. 




Nicola: Sì. 



Simola: Lunedì mattina tu alle otto chiamami a casa. 



Nicola: D'accordo. 



Simola: Che io ti dico quello che dobbiamo fare. 



Nicola: Sabenerica. 



Simola: Arrivederci≫. 



Da questa telefonata si evince che il Simola aveva ben capito che
Giuseppe Madonia aveva ormai scelto il Romano per subentrare nel
subappalto.
Dopo qualche giorno Simola e Maugeri apprendevano che era stato
raggiunto un accordo perché Romano subentrasse nel subappalto e ne
parlavano nella telefonata del 5-7-1982, ore 12,24: 




≪Simola: Dico noi facciamo le parole e gli amici tuoi fanno i
fatti.
Maugeri: Di che?
S: Quello che ha mandato a Romano venerdì sera, ha fatto
l'accordo e fece tutte cose. 




M: Come ha fatto l'accordo. 



S: Cosa dobbiamo fare io non lo so. 



M: Non l'ho capita questa. 



S: Pensa io che mi sto sentento preso dai turchi da tutti i
lati. Quello quando torna giovedì? 




M: Io non ho capito il fatto che è venuto Romano. 



S: E’ venuto Romano... e sicuramente Romano non è che
viene così... giustamente qualcuno glielo manda, ha fatto un
accordo con i prezzi, gli stanno preparando il contratto e
deve venirlo a firmare a giorni. Ora questo di venirlo a
firmare a giorni significa che lui si deve incontrare una altra
volta con Peppe dov'è, sempre fuori? 




 M: il prezzo di questo lavoro com'è?
S: non lo so, il prezzo è questo che ti dico io, quello
dell'impresa ti dico io giusto? Poi io non lo so per quanto si
sta accordando, l'impresa massimo poteva arrivare per le
discariche che erano lì vicino come misto e scavo, carico e
trasporto, poi c'era scavo, carico più spesa, discarica... a
950 lire quello lontano nella discarica di Pattina a 1350 lire. 




M: Ho capito. 



S: Ora io in tutta questa faccenda io ho una direttiva ecco
perché⋯ (incomprensibile)... innanzitutto quel bastardo o non
bastardo che sia non mi pare che sta facendo il canarino in
carcere. 




M: E’ una cosa fìtusa. 



S: E sta implicando un mare di gente. Il giornale poi parla di
rivelazioni importantissime, di ingegneri dei gruppi
importanti, di imprese che stanno prendendo nel culo e tutte
queste belle cose. Però siccome la signora consorte che era
venuta a dire sì... (incomprensibile).... il contratto si perse;
allora diciamo noi non è che vogliamo ammazzare a nessuno
e un pugno dei suoi camion volevamo farli lavorare... sotto il
nome di un'altro cioè volevamo distribuire equamente questo
tipo di lavoro con tutti, anche perché... (incomprensibile)...
tutto questo discorso io volevo fare con te a Piddu. A me
hanno anticipato i tempi perché questo venuto venerdì e...
(incomprensibile)... Ora io ti posso dire solo che il contratto
non l'ha firmato, però ha fatto un certo accordo. 




M: I prezzi che ha fatto lui quali sono? 



S: I prezzi che ha fatto lui erano 1350, prima a 1200 poi l'ha
portato a lire 1350. 




M: I prezzi che gli accordano quali sono? Così il contratto lo
faccio io. 




S: Sì ma ci dobbiamo sedere. 



M: Non c'è bisogno che mi siedo con nessuno mi creda.
S: ... (risata)... 




M: Arrivato a questo punto non mi voglio sedere con nessuno. 



S: Va bene, ma dobbiamo vedere quello che dobbiamo fare,
perché il lavoro è fermo ed io vengo sollecitato. 




M: Lei mi capisce certe volte, sarà perché sono scemo. 



 S: No, no. Io di tuo compare non è che sia molto fidato. Ora
non so se c’è lo zampino di tuo compare o l'iniziativa da
parte di Romano, ora io vorrei una cosa, giovedì c'era questa
riunione o no? 




M: Giovedì ne abbiamo oggi e ci possiamo vedere. 



S: Ma c'è tuo compare? 



M: Sì, giovedì c'è. 



S: Tu non ne fare mosse, ascolta me che io ho i capelli
bianchi, giovedì andiamo tutti e due a discutere questa cosa,
giovedì mattina. Ci puntiamo Caltanissetta e ce ne andiamo
da lui, giusto? 




M: D'accordo. 



S: Nella... io non penso che Romano è così cretino che gli va
a firmare il contratto. 




M: Come Romano firma il contratto lui lavoro non ne fa,
perché non ce ne faccio fare io. 




S: Ma io penso che lui stia prendendo tempo, perché ha detto
di preparare il contratto e poi a fine settimana se ne parla.
Quindi, la fine della settimana significa che vuole parlare con
Piddu. Perciò noi ci sediamo a tavolino e facciamo la
discussione e siamo tutti, nessuno può negare la cosa perché
queste risposte date per telefono, io a te, tu a me e via di
seguito non inquadrano la situazione. Questa ≪setta≫ è una
≪setta≫ che deve essere saputa gestire anche perché quella
cosa fìtusa... (incomprensibile)... 




M: Lui si può fare scippare la testa se non gliela scippo io. 



S: ... (risata)... comunque vedi che a Valenti gli abbiamo
messo a Siracusano. 




M: Sì, ma io già gli avevo fatto il telegramma per Angelo, poi
Angelo è andato a Siracusa e mi ha detto: senti Nicola ci
sono un sacco di avvocati comunque io mi sto interessando lo
stesso. 




S: Ce l'ho il professore Siracusano che io l'ho corteggiato e
gli dissi che a Valenti si deve fare uscire. 




M: Sì, ma io mi sto interessando per lui, per uscire il barone
che quando esce il barone poi lui può buttare il sangue in
galera che non mi interessa. Mi dispiace che mi sono fatto
avanti cento volte per questo ≪cosa fìtusa≫ che in ultimo ci si
perde pure in dignità.




S: ... (incomprensibile)... 



M: A quest'ora mi sarei tolto il pensiero invece ancora la sta
tirando a lungo questo canazzo di mandria. 




S: Ma sua moglie che fine ha fatto? 



M: Ma non lo so. 



S: Allora facciamo una cosa, a questo punto una riunione per
giovedì⋯ mercoledì sera ci sentiamo e giovedì mattina ci
vediamo. 




M: Va bene. 



S: Ci vediamo direttamente a Caltanissetta perché io vengo
da fuori. 




M: Va bene, d'accordo. 



S: Ci vediamo davanti al Tribunale di Caltanissetta che è il
punto dove io so andare più facilmente, lasciamo la macchina
e andiamo assieme. 




M: Benissimo. 



S: Ci sediamo a tavolino e vediamo come si deve discutere. 



M: Va bene, d'accordo. 



S: Ci vediamo, ci sentiamo mercoledì sera. 



M: Dopodomani ci sentiamo, va bene. 



S: Se tu hai notizie prima, se lui è a Roma, se non vuole fare
questo incontro e tutto questo bordello, me lo fai sapere, ma
non ti sbottonare. 




M: D'accordo, arrivederci≫. 



Questa telefonata pone in evidenza che la situazione di Cremona era
solo fìttizia, mentre in realtà tutto sarebbe proseguito come prima,
sotto le direttive di Madonia (≪un pugno dei suoi (di Cremona: n.d.r.)
camion volevamo farli lavorare... sotto il nome di un altro e,
cioè, volevamo distribuii equamente questo tipo di lavoro con
tutti≫. ≪Sicuramente Romano non che viene così... giustamente
qualcuno glielo manda...≫).
Da notizia - inoltre - che il gruppo Rendo si era mosso per procurare
un difensore di vaglia al barone Valenti, favoreggiatore di Cremona
(≪comunque vedi che Valenti gli abbiamo messo a Siracusano≫
e, cioè, il noto penalista prof. Avv. Delfino Siracusano). 




Lo stesso giorno 5-7-1982, alle ore 13,34, Maugeri parlava con
Filippo Di Stefano e dalla telefonata si comprende che i due
lavoravano insieme: 




≪F: Perciò mi sono sentito con Simola e mi disse: ci riuniamo
con Nicola e vediamo come dobbiamo sistemare. 




M: Di sistemare non c'è niente c'è solo di sfasciarla questa
cosa. Ora questo lavoro ce lo prendiamo noi. 




F: Non ci possiamo riunire così ce lo diciamo chiaro? 



M: Io sto telefonando e glielo diciamo chiaro: lavoro lì non ne
fa nessuno e ce lo pigliano noi. 




F: Ti sei sentito con tuo compare? 



M: Sì mi sono sentito l'altro giorno, ora sto cercando a lui
quanto gli parlo. 




F: Mi fai sapere qualche cosa tu Nicola? 



M: Certo Filippo, non ti ho detto niente perché stavo
aspettando di definire la cosa perché in mezzo ai bisognosi ci
sono pure io. 




F: Senti che facciamo (noi come se non ci fossimo parlati)
questa sera chiamo a Simola e gli dico: per il consiglio che
gli posso dare io questo lavoro lo deve fare Nicola. 




M: Già con Simola ci siamo sentiti e mi ha detto: questo
lavoro perché non devi farlo tu? Siccome è venuto Romano;
dico: non mi interessa chi venuto è venuto, a questo punto e
dato che questo lavoro se ne deve andare piede piede, me lo
prendo io, infatti questa mattina pensai di dover parlare con
te e dirti che dobbiamo fare questo lavoro. 




F: Tu parla con Piddu, vediamo dove ci possiamo vedere e
vediamo quello che c'è da fare. 




M: Sì, tranquillo≫.
Subito dopo Maugeri telefonava a Giuseppe Madonia e gli comunicava
che il lavoro di Cremona lo avrebbe proseguito egli stesso con Filippo
Di Stefano: 




≪M: Senti compare una cosa ti volevo dire ci dici a Romano
che questo lavoro là, ci dici che lo lascia stare. 




P: Va bene. 



 M: Lo senti? Che me lo prendo io, mi compro un paio di
macchine e me lo faccio, compare perché ho bisogno, perciò,
senti vuoi che ci vediamo là, vengo con Simola che so... 




P:⋯ Come dici tu che so... a che punto erano giunti con
Romano? 




M: Che? 



P: A che punto erano con Romano? 



M: Non lo so... lui ci aveva fatto un'offerta, non lo so forse
c'era andato non lo so... 




P: ...Lo chiamò Cali. 



M: Va bene, comunque glielo dici tu a Romano... (cade la linea
e Maugeri riforma subito il numero suddetto, risponde nuovamente la
donna e dice di attendere che lo chiamava Pippo, avutolo al telefono
Maugeri dice): Dunque ti stavo dicendo, si tratta di questo qua,
siccome con questo lavoro tu lo sai, abbiamo sbattuto tanto
d'appresso, ora questo loro, io siccome arrivato a questo
punto non lo avevo fatto prima perché c'era il fatto di
Cremona, Cremona può andare a farsela ficcare in culo,
perché dice che sta cantando come un canarino. 




P: E che cosa sta dicendo? 



M: Compare non lo so, so che sta facendo il cornuto e ora
come il giudice lo interroga mi faranno sapere tutte queste
cose. 




P: Non l'ha interrogato ancora? 



M: Non lo so, ora questa sera lo saprò comunque so che sta
parlando quanto ad un cornuto va. 




P: Ma perché, cose di lui? 



M: Compare! Cose di tutti pari. 



P: Tutti pari, che cosa deve raccontare di tutti pari. 



M: Di chi, con chi ha avuto a che fare, lui magari che ci ha
un litro di nafta glielo sta dicendo. 




P: Glielo dice, che ci interessa. 



M: Ah lo so, a me proprio, lo sto dicendo a te non lo so,
siccome questo si mette a dire piedi piedi che è socio con
te. 




P: Ma che deve dire il cornuto che è. 



M: Anzi io vado sentendo in giro che lui è socio con te e a
me mi è toccato smentire e dire: vedete che il socio di
Madonia è Polara.
P: Di questo lavoro quando tè lo dà. 




M: Compare ora vado a fare il prezzo ed a questo punto lo
faccio con Filippo. 




P: E perché devi chiamare a Filippo? Se gli ha fatto una
offerta Romano lo fate con Romano. 




M: Ma tu la sai la storia di Filippo? Filippo ha perduto
l'essere con quel lavoro e ancora avanza soldi da Cremona. 




P: Filippo si è fottuto quello che si è sfottuto. 



M: Compare vedi che soldi Filippo non se ne ≪ammuccau≫. 



P: Senti, 130 milioni se li ha presi di ruspa, 80 milioni di
macchina se li ha presi e un assegno si è scambiato. In tutto
si è fottuto 250 milioni. 




M: Io la storia la so di un altro lato. 



P: Comunque ora cerco Romano e vedo a che punto era≫.
È molto rilevante, poi, la telefonata del 13-7-1982, ore 9,45, Simola e
Maugeri:
≪Simola: Senti una cosa, quello già ha firmato, minuta e
contratto, però c'è bisogno che tu ci metti le macchine là. 




Nicola: Infatti io devo partire per andarmi a prendere quattro
camion. 




Simola: Perché lo sai com'è? chi prende prima prende per
tre. 




Nicola: Lo so, ma io ora gli porto le macchine, ho il D9 che
sta uscendo dall'officina; la pala gommata che la sto facendo
rimettere, quindi, sto sistemando le macchine per
portargliele.




S imola: Sbrighiamoci Nicola, prima che lui si organizza e noi
la prendiamo nel fondello. 




Nicola: Lui già lo sa questo fatto, quindi mi sto andando a
prender po' di camion quanto li porto lì. 

Simola: Va bene. 

Nicola: Mi aveva detto Marina che gli servivano gli ≪scogli
per il ponte barca≫, io mi sto interessando. 

Simola: Va bene, però mi sto interessando che lavori tu e non
facciamo lavorare a nessuno.
Nicola: No, no, che lavoro io, lavoro io perché devo lavorare.

 Simola: Lavoriamo, lavoriamo Nicola, ci dobbiamo fare i soldi
perché siamo a piedi. 

Nicola: Siamo senza soldi una vita, come può essere?
Possiamo questa vita? 

Simola: Non si può fare più. 

Nicola: Per davvero non la possiamo fare più. 

Simola: Io ieri ho visto a Filippo che sono stato là e gli ho
buttato la battuta per Lentini... Lui tutto incazzato... ah dice,
qua non lo facciamo⋯ al solito suo, gli dissi: incominciamo
ad organizzarci con Nicola per quanto riguarda Lentini
perché si deve fare una s.r.l., una mighiata qualunque, perché
non si può uscire più a nome individuale, quindi, si deve
creare una s.r.l. in un modo o nell'altro. 

Nicola: Cosa ci vuole a crearla. 

Simola: Però se non siete d'accordo voi teste, io sono la
pedina posso muovere i tasti.
Nicola: Va bene. 

Simola: Va bene? Allora, mi raccomando lì, non vorrei che
poi il signor Romano, dopo che si firma il contratto ufficiale...
(incomprensibile)⋯ 

Nicola: Questo discorso è stato fatto là, sono andato a farlo
contemporaneamente io. Infatti mi ha buttato una mezza
battuta, io lo so come usano, vogliono fatture, cose ... Dico:
lei non ci deve pensare a questo, si faccia il suo lavoro. 

Simola: A lui non gli parlare di ≪nero≫ ah? 

Nicola: No, infatti io gli dissi dei lavori. Ma lui era un
po'impensierito di questo fatto che poi gli chiedevate il
≪nero≫. 

Simola: ... (incomprensibile) ... sappiamo che lui non ne fa. 

Nicola: A noi non ci interessano questi discorsi, questo è un
lavoro che ci facciamo io e lei e basta. 

Simola: Perfetto! Va bene.
Nicola: D'accordo. 

Simola: Quando sei pronto me lo fai sapere. 

Nicola: Io questa settimana me ne sto andando, quanto vado
a vedere per questi camion, me ne sto salendo là sopra
quanto vado a prendere quattro ≪Volvo≫. 

Simola: Dice che gli hanno sequestrato altri cinque camion a
quelli.  
Nicola: Così diceva il giornale questa mattina, minghia, ma è
bestia per davvero?
Simola: Non lo sto capendo più, pare un canterino. 

Nicola: Questo se non si fa 300 anni in galera ora non se li
può fare più.
Simola: Va bene, aspetto che tu mi dici: sto arrivando con i
mezzi. 




Nicola: D'accordo. 



Simola: Arrivederci.
Nicola: Buongiorno≫.
Questa telefonata pone in evidenza: 

- che Simola era interessato con Maugeri all'esecuzione dei lavori in
questione (≪Lavoriamo, lavoriamo, Nicola, che ci dobbiamo
fare i soldi≫; Maugeri: ≪Questo è un lavoro che ci facciamo
io e lei e basta≫); 

- che, pur essendo stato firmato il contratto con Romano, Maugeri
avrebbe lavorato di fatto nell'esecuzione dei movimenti di terra
relativi alla diga di Solarino; 

- che le imprese di Rendo godevano fama di lavorare in nero (Simola:
A lui non gli parlare di ≪nero≫, ah? Maugeri: No, infatti io gli
dissi, lei lavori. Ma lui era un po' impensierito di questo
fatto che poi gli chiedevate il ≪nero≫).
Se una conclusione può trarsi da queste risultanze, è che le imprese
del gruppo Rendo non sceglievano autonomamente i propri
subappaltatori e fornitori, ma seguivano le designazioni ed i voleri dei
capi mafia locali. 

Il ruolo di Nicola Maugeri e Giuseppe Madonia nella vicenda della diga
Solarino è così evidente che ogni ulteriore considerazione sarebbe
ultronea.

Ma se questa è la triste condizione delle imprese che eseguono opere
pubbliche in Sicilia, oppresse dai condizionamenti mafiosi, il discorso
cambia quando ci si accorge che il contatto con gli elementi mafiosi
viene accolto di buon grado ed anzi sollecitato.
Michele Simola è un impiegato delle imprese di Rendo ed i rapporti di
familiarità e di dimestichezza con i mafiosi non li aveva nel proprio
interesse, ma in quello dei propri datori lavoro, anche se un tornaconto
personale non è da escludere.
 




Non vale, dunque, ostentare come fatto di ≪trasparenza≫ l'immediata
rescissione del rapporto con Cremona, dopo il suo arresto, quando poi
apprende che, all'ombra dell'impresa che l'ha sostituito, operano semi
mafiosi del calibro di Nicolo Maugeri e di Filippo Di Stefano, con
l'avallo ed il benestare di Giuseppe Madonia.
Ma il rapporto delle imprese di Rendo con Maugeri non si è limitato
alla vicenda della diga di Solarino.
Si è, infatti, accertato che Marino Giuseppe, Trapeano Francesco e
Odierna Leonardo, nel giugno 1982, erano stati contattati da Nicolo
Maugeri e dal Simola, interessati all'acquisto di un loro terreno in
Lentini; a conclusione delle trattative, avevano sottoscritto un
preliminare di vendita nello studio dell'avv. D'Amico e solo allora
avevano appreso che l'acquirente era Mario Rendo, rappresentato da
un suo dipendente, l’avv. Pietro Nicoletti.
E forse si deve a questo intrigo di rapporti 

- tutt'altro che chiari - le
imprese di Rendo e personaggi come quelli sopra indicati, se Lea
Simola, all'atto dell'arresto del marito, volle a tutti i costi parlare per
telefono col cav. del lavoro Mario Rendo, minacciando che, altrimenti,
avrebbe fatto ≪ballare tutti≫ e avrebbe ≪smontato un impero≫.
Se poi si sposta l'attenzione su di un altro imprenditore catanese, il
cav. del lavoro Francesco Finocchiaro, cui il Cremona aveva rilasciato
fatture false per oltre 25 miliardi di lire, si rimane molto perplessi
nell'apprendere che quelle fatture di comodo 

- così ha spiegato il
Finocchiaro 

- servivano per giustificare contabilmente esborsi e lavori
eseguiti ≪in nero≫ che, altrimenti, non si sarebbero potuti in alcun
modo documentare, e ci si chiede, non certamente ai fini fiscali, visto
che un provvidenziale condono è venuto a cancellare i reati finanziari 

- quali siano i reali motivi di fatturazioni e operazioni inesistenti di un
importo così elevato. 

Le complesse indagini sull'intera materia dei condizionamenti e di
commistioni dell'imprenditoria catanese col potere mafioso sono
ancora in corso e richiedono tempi lunghi.
Allo stato, comunque, non è possibile stabilire se ed in quale misura
quel contesto ambientale, come sopra delineato, abbia influito nella
determinazione mafiosa di uccidere Dalla Chiesa.
Un fatto è certo: che il prefetto è stato eliminato proprio quando
aveva cominciato ad appuntare pubblicamente la sua attenzione su
Catania. 

Fonte: Ordinanza di rinvio a giudizio dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo
contro 475 presunti mafiosi dell’8 novembre 1985.





1985 8 NOVEMBRE Cosa nostra Il delitto dalla Chiesa IL PREFETTO, LA MAFIA CATANESE E LE COLLUSIONI CON IL MONDO POLITICO ED IMPRENDITORIALE



ANDREOTTI, BONTADE, Ciancimino, DALLA CHIESA, GIOIA, LIMA SALVO, LO BIANCO GIUSEPPE, MANNINO NINO, MASSONERIA, MATTARELLA PIERSANTI, ORLANDO LEOLUCA, PRIVITERA FRANCESCO, Riina, SALATIELLO, ZANGHI' VINCENZO,